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Concessioni balneari, la partita si sposta sulla mappatura delle spiagge

Dopo l’ordinanza Balneari Rimini II cresce il confronto sulla disponibilità effettiva delle coste. Calabria e Abruzzo si muovono sulla verifica della scarsità, mentre il Governo continua a lavorare al bando-tipo nazionale.

Il confronto sulle concessioni balneari italiane si sta spostando sempre di più su una domanda destinata a pesare sui prossimi passaggi: quanta parte delle coste è realmente disponibile?

L’ordinanza del 10 luglio 2026 della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-574/25, Balneari Rimini II, ha riportato al centro proprio il presupposto della scarsità della risorsa naturale previsto dall’articolo 12 della direttiva servizi.

La Corte non ha stabilito che le spiagge italiane non siano scarse e non ha cancellato l’obbligo delle procedure comparative. La valutazione della scarsità compete alle autorità nazionali e deve rispettare i criteri fissati dal diritto europeo. È proprio attorno a questa valutazione che, nelle ultime settimane, si stanno moltiplicando iniziative regionali, richieste delle associazioni di categoria e interventi politici.

La Calabria anticipa il confronto

Uno dei casi più significativi arriva dalla Calabria: con la legge regionale n. 15 del 14 maggio 2026, la Regione ha previsto che gli enti locali costieri effettuino preventivamente, nei territori di propria competenza, una valutazione sulla scarsità della risorsa spiaggia o sull’esistenza di un interesse transfrontaliero certo.

La legge stabilisce che la verifica debba avvenire sulla base di criteri oggettivi, non discriminatori, trasparenti e proporzionati. Se viene accertata la scarsità della risorsa o l’interesse transfrontaliero, i Comuni devono procedere attraverso procedure ad evidenza pubblica.

In assenza di entrambe le condizioni, la disciplina regionale prevede invece modalità differenti per le nuove assegnazioni e la proroga delle concessioni esistenti.

Un passaggio significativo è arrivato anche dal Governo, che ha deciso di non impugnare davanti alla Corte costituzionale le leggi regionali calabresi n. 15 e 16. La decisione è stata accolta dalla Regione e dalle rappresentanze degli operatori come una conferma della strada intrapresa. Ma occorre distinguere i due piani: la mancata impugnazione da parte del Governo, non equivale a un pronunciamento della Commissione europea sulla compatibilità della disciplina calabrese con il diritto dell’Unione.

Anche l’Abruzzo apre il dossier

La questione legata alla scarsità è entrata nel dibattito anche in Abruzzo. In Consiglio regionale è stato avviato l’esame di una proposta di legge che punta a effettuare una ricognizione del demanio marittimo regionale e della disponibilità della risorsa spiaggia, con l’obiettivo di costruire un quadro territoriale sul quale i Comuni possano basare le decisioni relative alle concessioni.

Al momento il percorso è ancora in fase legislativa e non può quindi essere considerato una disciplina già operativa, ma è però indicativo di una tendenza: la questione delle concessioni si sta progressivamente intrecciando con la necessità di conoscere in maniera più precisa quanta costa sia effettivamente utilizzabile e quanta sia già occupata.

Il caso Sardegna e il problema dei numeri

Anche la Sardegna offre un esempio di quanto il tema sia complesso, secondo i dati riportati nelle ultime settimane, sull’isola risultano 2.609 concessioni demaniali marittime attive. La Sardegna dispone inoltre di circa 595 chilometri di costa sabbiosa e il 20,7% degli arenili risulta occupato da stabilimenti, campeggi, circoli sportivi o complessi turistici.

È un dato significativo, ma da solo non permette di concludere automaticamente che la risorsa non sia scarsa. La valutazione giuridicamente rilevante deve infatti tenere conto dell’effettiva disponibilità delle aree, delle caratteristiche delle coste, dei vincoli ambientali e territoriali e dei criteri utilizzati per effettuare la ricognizione.

È proprio il metodo con cui misurare la scarsità a essere destinato a diventare uno dei punti più delicati del confronto.

Crescono le richieste di archiviare la procedura europea

L’ordinanza Balneari Rimini II ha riacceso anche il confronto politico sulla procedura d’infrazione europea relativa alle concessioni balneari.

Il 24 luglio il deputato Edoardo Ziello di Futuro Nazionale ha chiesto al Governo di intervenire affinché venga sollecitata l’archiviazione della procedura, sostenendo che la nuova ordinanza rafforzi la necessità di affidare allo Stato la determinazione della scarsità della risorsa. Posizioni analoghe stanno arrivando da rappresentanti del settore balneare, al momento, tuttavia, non risulta che la procedura d’infrazione sia stata archiviata.

Le richieste formulate in questi giorni rappresentano quindi iniziative politiche e delle categorie, non una decisione già assunta dalla Commissione europea.

Intanto il bando-tipo va avanti

Mentre Regioni e associazioni discutono di scarsità, a Roma prosegue un percorso parallelo. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti continua a lavorare al bando-tipo nazionale per le concessioni demaniali.

Il 13 luglio il MIT ha confermato che lo schema, elaborato nei gruppi tecnici con gli enti territoriali, è stato sottoposto alla consultazione delle associazioni di categoria. Il documento dovrà passare anche dal vaglio politico della Conferenza Unificata e punta a introdurre criteri condivisi e uniformi per le procedure di assegnazione.

Il lavoro sul bando, dunque, non si è fermato dopo l’ordinanza della Corte Ue ed è proprio la contemporaneità dei due percorsi a rendere particolarmente delicata questa fase: da una parte si costruiscono le regole per le procedure comparative, dall’altra cresce il confronto sul presupposto che può determinarne l’applicazione.

La nuova partita sarà decidere come misurare la scarsità

Dopo anni nei quali il dibattito sulle concessioni balneari si è concentrato soprattutto sulla contrapposizione tra proroghe e gare, il prossimo capitolo potrebbe giocarsi sempre di più sui criteri utilizzati per valutare la disponibilità delle coste.

Non basta conoscere quanti chilometri di litorale possiede una Regione, ma occorrerà stabilire quali aree siano realmente disponibili, quali possano essere destinate ad attività turistico-ricreative, quali siano sottoposte a vincoli e quale livello territoriale debba essere preso in considerazione nella valutazione.

Calabria e Abruzzo mostrano come questa partita abbia già iniziato a spostarsi sui territori.