HomeVoci & VoltiVilla Ebe a Santarcangelo ridefinisce l’accoglienza romagnola

Villa Ebe a Santarcangelo ridefinisce l’accoglienza romagnola

Dopo una lunga esperienza come educatrice, Vittoria ha scelto di reinventarsi trasformando una dimora storica di Santarcangelo in un luogo di accoglienza. Tra l’arredamento  originale, i ricordi della signora Ebe e viaggiatori provenienti da tutto il mondo, la sua storia racconta il volto più umano del turismo romagnolo.

C’è un luogo a Santarcangelo dove la storia dell’Ottocento si intreccia con le storie di viaggiatori provenienti da tutto il mondo: è Villa Ebe, un raffinato B&B che rappresenta non solo un’eccellenza dell’ospitalità locale, ma anche il coronamento di un sogno e di un cambio di vita radicale per la sua titolare Vittoria Grotti.

Oggi è lei ad accogliere gli ospiti che insieme al marito Alan ha scelto questa villa come punto di partenza per una nuova vita professionale. Fino a pochi anni fa lavorava come educatrice nella scuola dell’obbligo finchè ad un certo punto la vita la porta a cambiare strada. La sua non è soltanto la storia di una struttura ricettiva, ma piuttosto il racconto di un incontro avvenuto due volte: la prima quando quella casa sembrava irraggiungibile, la seconda quando era finalmente arrivato il momento di abitarne il futuro.

Un’antica dimora con un’anima intatta

La storia di questa magnifica villa affonda le radici tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. All’epoca, sorgeva solitaria in una zona ancora priva di altre abitazioni ed era di proprietà di un personaggio locale assai noto, soprannominato “Magret”, un burbero commerciante di maiali di cui ancora si conserva appesa alle pareti una foto d’epoca su una carrozza. Successivamente, la villa divenne la dimora dei signori Mussoni e in particolare della signora Ebe, figura storica che ha dato il nome alla struttura e il cui ricordo è ancora vivissimo tra i santarcangiolesi.

Entrando nella villa, le tracce della sua vita non sono state cancellate, sono rimasti intatti i pavimenti originali, la vecchia cucina e persino il frigorifero verde della signora Ebe, ancora funzionante. Alle pareti compaiono inoltre le opere di Tonino Guerra, che rafforzano il legame tra la casa e la cultura romagnola: «Ho cercato di mantenere la tradizione e contestualizzarla sul territorio», racconta Vittoria. «Quel che si è potuto mantenere, secondo me, è quello che caratterizza l’anima di questa casa».

La scelta non è stata quella di ricostruire artificialmente un ambiente antico, ma di conservare ciò che era già presente. Gli oggetti dunque non diventano semplici decorazioni, ma sono frammenti della storia della villa e delle persone che l’hanno attraversata.

La svolta

Rilevare Villa Ebe ha significato per Vittoria lasciare un mestiere che conosceva bene ed entrare in un settore completamente diverso. Non si è trattato, però, di una fuga da una professione che non amava: «Io a scuola stavo bene, non è che sono scappata via… ma quando succedono queste cose non stai lì neanche tanto a pensarci perché percepisci che è la cosa giusta», ricorda parlando del momento in cui ha scelto di fare l’investimento. « La decisione ha portato con sé entusiasmo, responsabilità e una nuova quotidianità – continua la titolare – ma il fatto di reinventarsi non è affatto male».

In realtà, una parte del lavoro precedente è rimasta con lei, l’esperienza educativa, fondata sull’ascolto, sull’attenzione e sulla capacità di entrare in relazione con le persone, ha trovato una forma nuova nell’accoglienza. Sono cambiati gli spazi e i ritmi, ma non la centralità dei rapporti umani.

«Viaggiare stando fermi»

A Villa Ebe arrivano persone da posti diversi, alcune rimangono soltanto pochi giorni, altre tornano, altre ancora mantengono nel tempo un rapporto con Vittoria. È una forma di ospitalità nella quale il soggiorno non si esaurisce nella consegna delle chiavi o nella preparazione della camera: «Come diceva la mamma di una mia amica, anche lei titolare di una struttura: avere un B&B è viaggiare stando fermi. Ti arrivano persone da ogni parte, ognuno ha la sua storia e si ha modo di conoscerle e con tante nasce una vera relazione umana. Molte persone tornano perché si sentono proprio a casa».

Questa frase racchiude il modo in cui Vittoria interpreta il proprio lavoro. Il viaggio non appartiene soltanto a chi parte, coinvolge anche chi apre la porta, ascolta un racconto e osserva il proprio territorio attraverso gli occhi di chi lo visita per la prima volta. Questo è anche ciò che distingue una piccola struttura familiare dalle forme più impersonali dell’accoglienza. Gli ospiti cercano comfort e servizi, ma spesso desiderano anche orientamento, conversazione e la possibilità di comprendere il luogo nel quale stanno soggiornando.

Un altro volto del turismo romagnolo

La storia di Villa Ebe racconta anche una Romagna diversa da quella immediatamente associata alla spiaggia e all’estate. Santarcangelo offre ai visitatori vicoli, cultura, gastronomia e una dimensione raccolta, capace di completare l’esperienza della Riviera.

In questo contesto una dimora storica può diventare una porta d’ingresso al territorio. Conservare un pavimento, una fotografia o un vecchio frigorifero significa permettere al visitatore di incontrare una memoria locale che difficilmente troverebbe in una camera standardizzata. Villa Ebe unisce così due trasformazioni: quella di una casa che cambia funzione senza perdere la propria identità e quella di una donna che, insieme alla sua famiglia, sceglie di ricominciare. Entrambe mostrano che accogliere non significa soltanto offrire un posto nel quale dormire, ma costruire un rapporto tra chi arriva, chi resta e il luogo che per qualche giorno condividono.

Forse è proprio questo il significato più autentico del “viaggiare stando fermi”: scoprire il mondo senza lasciare casa e, contemporaneamente, fare in modo che chi entra possa sentirsi parte della sua storia.