Il ministro Gianmarco Mazzi indica destagionalizzazione, decongestionamento, delocalizzazione e digitale come direttrici del turismo italiano. La vera prova sarà trasformare il patrimonio diffuso in destinazioni accessibili e vive tutto l’anno.
Il patrimonio culturale italiano non ha soltanto un valore storico, sposta viaggiatori, genera soggiorni e alimenta una parte decisiva dell’economia turistica. Secondo i dati rilanciati dal Ministero del Turismo, nel 2025 i soggiorni e le visite nei luoghi d’arte hanno prodotto un valore di 57 miliardi di euro, pari al 52% dell’indotto turistico complessivo. Da questi numeri il ministro Gianmarco Mazzi ha fatto partire il suo messaggio: «Siamo una superpotenza culturale», ha dichiarato, richiamando il primato italiano per numero di siti UNESCO e soprattutto la diffusione del patrimonio lungo l’intera Penisola.
La questione, tuttavia, non è più soltanto quanta cultura possieda l’Italia, è capire come trasformarla in un turismo capace di durare oltre l’alta stagione e di raggiungere territori diversi dalle destinazioni già congestionate. La formula scelta da Mazzi si riassume nelle “quattro D”: destagionalizzare, decongestionare, delocalizzare e digitalizzare.
La cultura attrae, ma concentra
Il dato dei 57 miliardi descrive il peso economico attribuito dal Ministero ai soggiorni e alle visite culturali. Un secondo indicatore, proveniente dal Rapporto “Impresa Cultura 2026” di Federculture, fotografa invece la distribuzione territoriale delle presenze: nel 2025 i 1.024 Comuni italiani classificati per caratteristiche culturali e paesaggistiche, appena il 13% del totale, hanno raccolto circa il 63% delle presenze turistiche nazionali.
I due numeri utilizzano perimetri differenti e non devono essere sovrapposti, raccontano però la stessa forza e, contemporaneamente, lo stesso squilibrio. La cultura orienta una parte rilevante dei viaggi in Italia, ma i flussi tendono a concentrarsi in una porzione limitata del Paese. Nel complesso, secondo Federculture, nel 2025 l’Italia ha registrato 476,4 milioni di presenze, il 2,2% in più rispetto all’anno precedente, con la componente internazionale oltre il 55%. Nei Comuni culturali e paesaggistici la quota degli stranieri raggiunge il 58%, mentre nelle grandi città arriva al 73%.
Il turismo culturale, peraltro, non coincide soltanto con musei e centri storici celebri, infatti i territori nei quali la cultura si combina con mare, montagna o natura raccolgono il 33,5% delle presenze italiane; le grandi città il 21,6% e i Comuni a vocazione esclusivamente culturale il 7,8%. È proprio in questa varietà che può trovare spazio la strategia indicata dal ministro.
Cosa significano le quattro D
Destagionalizzare vuol dire costruire ragioni di viaggio anche nei mesi meno frequentati, attraverso mostre, festival, siti visitabili e calendari coordinati. Decongestionare significa distribuire meglio persone e visite, anche nelle diverse ore della giornata, senza limitarsi a spostare il problema da una strada affollata a quella vicina. Mentre delocalizzare richiede di collegare le destinazioni più note ai borghi, ai paesaggi e ai siti minori che le circondano. Digitalizzare, infine, non significa soltanto raccontare online un monumento, vuol dire rendere facilmente reperibili orari, trasporti, biglietti, itinerari e servizi.
La formula delle quattro D indica una direzione, ma il messaggio ministeriale non definisce ancora risorse, tempi e strumenti operativi e il patrimonio, da solo, non crea automaticamente una destinazione. Un museo restaurato ma difficile da raggiungere, una chiesa chiusa o un borgo senza accoglienza non riescono a trasformare l’interesse culturale in una permanenza più lunga.
Un primo terreno concreto esiste, Federculture ha individuato nel PNRR 342 interventi di rigenerazione urbana a caratterizzazione culturale, per circa 800 milioni di euro che possono essere utili per recuperare teatri, spazi pubblici e beni storici, aspetto essenziale, allo stesso tempo serviranno però gestione, personale, programmazione e collegamenti con l’economia locale.
La prova della “superpotenza culturale” evocata da Mazzi non sarà quindi soltanto aggiungere visitatori ai luoghi già famosi, ma sarà riuscire ad usare la cultura per allungare la stagione, distribuire opportunità e rendere visitabili territori oggi ai margini dei grandi itinerari. Superare il turismo dei novanta giorni significa fare del patrimonio non una semplice calamita, ma un’infrastruttura permanente per chi viaggia e per chi nei territori vive tutto l’anno.

