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Marmomac 2026, Mazzi: «È un turismo legato al mestiere»

Alla Fiera di Verona oltre 1.300 espositori provenienti da 54 Paesi e circa 50mila operatori attesi. Il ministro del Turismo indica nelle manifestazioni professionali una leva economica e culturale, ma l’impatto sul territorio non si misura soltanto attraverso alberghi pieni e ingressi ai padiglioni.

«Questa è una forma di turismo legata al mestiere». Con questa espressione il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha inaugurato a Verona la sessantesima edizione di Marmomac, la manifestazione internazionale dedicata alla pietra naturale, alle tecnologie di lavorazione, all’architettura e al design.

La definizione scelta dal ministro consente di guardare alla fiera da una prospettiva più ampia. Chi arriva a Verona per incontrare un fornitore, acquistare un macchinario, presentare un materiale o partecipare a un convegno non è un turista nel senso tradizionale del termine. Tuttavia viaggia, soggiorna, utilizza trasporti, mangia nei ristoranti e acquista servizi. Per alcuni giorni diventa quindi parte dell’economia turistica della destinazione.

In programma dal 22 al 25 settembre, Marmomac 2026 riunisce oltre 1.300 espositori provenienti da 54 Paesi. Gli organizzatori indicano in circa 50mila operatori professionali l’ordine di grandezza della manifestazione, che coinvolge l’intera filiera: estrazione, lavorazione, macchinari, utensili, progettazione e applicazioni della pietra naturale.

Il turismo fieristico oltre i padiglioni

Mazzi ha ricordato che non esiste un solo turismo e che ogni territorio dovrebbe sviluppare quello maggiormente coerente con la propria vocazione. Nel caso di Verona, le fiere rappresentano da tempo una componente strutturale dell’economia dell’accoglienza.

Secondo i dati richiamati dal ministro durante l’inaugurazione, nel 2025 il sistema fieristico italiano avrebbe attirato 18,5 milioni di visitatori, il 6% in più rispetto al 2024 e il 9% in più rispetto al 2019, generando un indotto stimato in 10 miliardi di euro. Il dato sull’indotto non coincide con il fatturato diretto degli enti fieristici: comprende la spesa che gli eventi producono nell’ospitalità, nella ristorazione, nei trasporti e negli altri servizi collegati.

Per descrivere l’effetto di Marmomac sul territorio, Mazzi ha utilizzato un’immagine particolarmente forte: «In questi giorni non c’è una camera libera nel raggio di cento chilometri».

L’affermazione, al momento, non è accompagnata da una rilevazione pubblica sull’occupazione alberghiera e deve quindi essere considerata una valutazione del ministro. Rende comunque evidente un fenomeno conosciuto dalle città fieristiche: quando un evento raggiunge dimensioni internazionali, i suoi effetti superano i confini comunali e raggiungono alberghi, affittacamere e ristoranti di un’area molto più estesa.

La ricaduta non interessa soltanto Verona. Se la capacità ricettiva cittadina si esaurisce, i visitatori si distribuiscono nelle località vicine, utilizzano treni, taxi, autobus e autonoleggi e allargano la geografia economica della manifestazione.

Dal distretto produttivo al racconto del territorio

Il significato di Marmomac non dipende però soltanto dal numero delle camere occupate. La manifestazione nasce all’interno di un territorio nel quale estrazione e lavorazione della pietra fanno parte della storia economica e sociale. Mazzi ha ricondotto le origini dell’esperienza fieristica all’iniziativa avviata nel 1940 a Sant’Ambrogio di Valpolicella, da quella dimensione locale è nato un appuntamento diventato punto di riferimento mondiale per aziende, marmisti, progettisti, architetti e designer.

È qui che il “turismo legato al mestiere” può assumere anche una dimensione culturale. La pietra non viene presentata esclusivamente come prodotto da vendere, ma come espressione di cave, competenze artigiane, scuole professionali, tecnologie e paesaggi produttivi. La stessa fiera definisce Marmomac un luogo nel quale business, formazione e cultura del progetto si incontrano. Il programma comprende mostre e installazioni dedicate al rapporto tra pietra naturale, architettura, ricerca e design.

Quando la fiera entra nella città

Il collegamento più concreto tra viaggio professionale e turismo culturale è rappresentato da Marmomac and the City, il programma che dal 21 settembre all’11 ottobre porta installazioni e opere in pietra nel centro storico di Verona. L’iniziativa trasforma la città in un percorso espositivo all’aperto e mette in relazione il distretto veronese con Carrara e Pietrasanta. Soprattutto, prolunga la presenza culturale della manifestazione oltre i quattro giorni di apertura dei padiglioni.

È un passaggio importante perchè se il visitatore si limita al tragitto tra aeroporto, albergo e quartiere fieristico, l’impatto rimane consistente ma concentrato in poche attività. Invece se la manifestazione costruisce collegamenti con il centro storico, i musei, i ristoranti, le produzioni locali e i territori del distretto, il viaggio d’affari può diventare anche conoscenza della destinazione. Questo non avviene automaticamente, alberghi pieni e prezzi elevati possono produrre fatturato immediato, ma anche difficoltà di accesso e una distribuzione diseguale dei benefici. Servono trasporti efficienti, informazioni multilingue, iniziative accessibili e proposte che convincano l’operatore a fermarsi prima o dopo gli incontri professionali.

Marmomac mostra così perché una grande fiera possa essere contemporaneamente infrastruttura economica, appuntamento commerciale e racconto culturale. La formula di Mazzi, “turismo legato al mestiere”, pare funzionare proprio perché riconosce motivazioni di viaggio spesso escluse dalla narrazione turistica tradizionale.

Il risultato più significativo non è soltanto riempire per alcuni giorni le camere di Verona, è fare in modo che chi arriva per conoscere una macchina, una lastra o una tecnica di lavorazione incontri anche il territorio dal quale quella competenza proviene. Una fiera diventa davvero parte della destinazione quando il valore generato oltrepassa i tornelli e rimane nella città.