Da Firenze alle località costiere, il cibo di strada segue festival e manifestazioni, rende più accessibile la gastronomia locale e crea nuove opportunità imprenditoriali. Ma un food truck diventa un’esperienza turistica soltanto quando conserva un legame riconoscibile con il territorio.
A Firenze le imprese specializzate nel cibo di strada sono quasi raddoppiate in dieci anni: erano 16 nel 2016, sono diventate 31 alla fine di marzo 2026 e a quanto pare a favorirne la crescita sono state anche le numerose manifestazioni organizzate nelle piazze cittadine e in Toscana, compresa la recente Green Florence in piazza Santa Croce.
Il fenomeno, però, supera ampiamente i confini del capoluogo toscano, secondo un’analisi di Unioncamere e InfoCamere, le attività italiane di ristorazione ambulante sono passate dalle 2.271 del 2016 alle 4.286 del 2026, con una crescita dell’88,7%. I Comuni nei quali è presente almeno un’impresa del settore sono aumentati da 1.258 a 1.975. Oggi, quindi, il cibo di strada è presente in più di un Comune italiano su quattro. Anche Rimini riflette questa evoluzione, nello stesso periodo le imprese sono salite da 3 a 14. Non è un dato secondario per una destinazione nella quale eventi, spiaggia e vita serale generano un flusso continuo di persone negli spazi pubblici.
Un modo diverso di assaggiare il territorio
Lo street food si adatta particolarmente bene ai comportamenti del turista contemporaneo perchè non richiede prenotazioni, riduce tempi e costi del pasto e permette di assaggiare una specialità mentre si visita una piazza, un mercato o un borgo.
La relazione tra gastronomia e viaggio è già economicamente rilevante, infatti secondo i dati diffusi dal Ministero del Turismo, nel 2024 il turismo enogastronomico internazionale ha prodotto in Italia circa 2,4 milioni di presenze e una spesa vicina ai 396 milioni di euro. Il dato riguarda l’intero comparto, non specificamente il cibo di strada, ma dimostra quanto il gusto possa incidere nella scelta e nell’esperienza di una destinazione.
Per chi avvia l’attività, il modello ambulante richiede generalmente un investimento iniziale inferiore rispetto a un ristorante e consente di seguire fiere, concerti e manifestazioni. La crescita delle società di capitali, passate in dieci anni da 105 a 620, segnala tuttavia che non si tratta più soltanto di microattività familiari: il settore sta attirando organizzazioni e investimenti più strutturati.
Il rischio di un’offerta uguale ovunque
La moltiplicazione degli eventi non produce automaticamente turismo gastronomico, se gli stessi prodotti vengono riproposti indistintamente in ogni città, lo street food perde la capacità di raccontare il luogo che lo ospita. Un calendario costruito con produttori locali, ricette riconoscibili, artigiani e mercati può invece distribuire visitatori e consumi anche fuori dai ristoranti e dai percorsi più frequentati. Servono però selezione degli operatori, gestione dei rifiuti, qualità dei prodotti e compatibilità con la vita dei residenti.
Il food truck diventa così parte del viaggio non semplicemente quando vende in una piazza, ma quando permette di assaggiare qualcosa che abbia senso trovare proprio lì.

