Prima si partiva per trascorrere settimane nello stesso luogo, ritrovando case, pensioni, stabilimenti balneari e amicizie. Oggi si viaggia più spesso e verso più destinazioni, ma la villeggiatura continua a ricordarci che una vacanza può essere anche il tempo necessario per sentirsi parte di un luogo.
La macchina era carica fino all’ultimo centimetro. Valigie, borse, giochi dei bambini e tutto ciò che sarebbe servito per diverse settimane. Una volta non si partiva soltanto per una vacanza, per una parte dell’estate ci si trasferiva altrove.
All’arrivo si ritrovavano la casa affittata, la pensione, il solito stabilimento balneare e, qualche volta, persino gli stessi vicini di ombrellone. I bambini riprendevano amicizie interrotte l’estate precedente, mentre gli adulti ricostruivano abitudini fatte di giornali, passeggiate, partite a carte e conversazioni sotto la veranda.
Era la villeggiatura, una parola che oggi sembra appartenere a un’Italia lontana, eppure continua a descrivere qualcosa che il turismo contemporaneo rischia di dimenticare, ossia la possibilità di rimanere abbastanza a lungo in una destinazione da smettere, almeno per qualche giorno, di sentirsi soltanto visitatori.
Le smanie della partenza raccontate da Goldoni
La villeggiatura è per definizione il trascorrere un periodo di riposo o di svago in campagna, al mare oppure in montagna, ma molto prima dell’estate italiana raccontata dalle fotografie di famiglia, Carlo Goldoni ne aveva già colto desideri e contraddizioni.
Nel 1761 scrisse Le smanie per la villeggiatura, Le avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura. Tre titoli che sembrano ancora oggi descrivere perfettamente il viaggio, l’impazienza della partenza, la parentesi vissuta lontano da casa e il momento in cui bisogna tornare alla realtà.
La villeggiatura di Goldoni, però, non era un mondo innocente, era anche ostentazione, competizione sociale e desiderio di apparire più ricchi di quanto si fosse realmente. Si poteva spendere troppo pur di partire e non essere da meno degli altri, quindi proprio per questo sarebbe sbagliato trasformarla nella cartolina di un passato necessariamente migliore: per molto tempo fu soprattutto un privilegio.
L’estate diventa un’abitudine italiana
Nel corso del Novecento la villeggiatura uscì progressivamente dalle ville e si avvicinò a un numero crescente di famiglie, il mare divenne parte dell’immaginario collettivo e le località balneari cominciarono a riconoscere gli ospiti che tornavano ogni estate.
I filmati dell’Istituto Luce permettono ancora di osservare quella trasformazione. In Una domenica al mare, girato nel 1954, famiglie e gruppi di amici raggiungono Ostia e Fregene partendo da Roma, c’è addirittura una famiglia di quattro persone in sella su una motocicletta. Sulla spiaggia invece si mangia, si gioca, si parla e si aspetta il momento di rientrare.
Il cinema avrebbe poi fissato definitivamente questo mondo nella memoria, ricordiamo Sapore di mare, ambientato nella Forte dei Marmi del 1964, racconta famiglie provenienti da diverse città che si ritrovano sulla stessa spiaggia. Amori, amicizie e piccoli riti estivi nascono dalla permanenza e dalla ripetizione: il luogo diventa importante perché vi si ritorna.
Dalla villeggiatura alla vacanza da collezionare
Oggi il viaggio è diventato più mobile, un fine settimana può contenere una città, una mostra, un ristorante e diverse esperienze già prenotate. Si cambiano più facilmente destinazione e struttura, mentre le immagini del soggiorno vengono condivise quando il viaggio è ancora in corso. La domanda di un tempo era: «Dove passi l’estate?». Quella contemporanea sembra essere diventata: «Dove sei stato?». Non è necessariamente un cambiamento negativo perchè oggi viaggiare è più semplice, le possibilità sono aumentate e territori un tempo marginali possono essere scoperti da nuovi visitatori.
È cambiato, però, il rapporto con il tempo, mentre la villeggiatura permetteva alla novità di diventare abitudine, la vacanza breve cerca spesso di mantenere intatta la sensazione della scoperta. Abbiamo guadagnato più destinazioni, ma forse abbiamo perso il tempo necessario per appartenere a un luogo.
La villeggiatura non è davvero scomparsa
Qualcosa di quel modo di viaggiare continua a sopravvivere e questo accade quando si torna nello stesso borgo, si sceglie una casa invece di una camera, si riconosce il proprietario del bar o si acquista il pane ogni mattina nello stesso negozio.
Il turismo lento, i soggiorni fuori stagione e l’ospitalità familiare possono essere nuove forme di villeggiatura che non richiedono necessariamente un’intera estate, ma una disponibilità diversa verso i luoghi con meno cose da fare e più tempo per viverle.
Che cosa racconta il turismo di oggi
Il turismo italiano contemporaneo non racconta dunque una minore voglia di partire, al contrario, mostra un viaggiatore che dispone di molte più destinazioni, collegamenti e occasioni rispetto al passato, è però cambiata la misura della vacanza. Le stesse rilevazioni dell’Istat sul turismo distinguono ormai tra vacanze brevi e lunghe, fotografando una mobilità molto più articolata rispetto al vecchio esodo estivo.
Se la villeggiatura misurava l’estate in settimane, il turismo di oggi la misura spesso in notti, tappe ed esperienze. Il paradosso è che, mentre il viaggio diventa sempre più veloce, destinazioni e operatori tornano a parlare di turismo lento, soggiorni più lunghi e rapporto autentico con il territorio. Quasi che, dopo aver imparato a raggiungere ogni luogo, sentissimo nuovamente il bisogno di fermarci.
Forse il vero lusso della villeggiatura non era la villa, la pensione sul mare o la durata delle ferie, ma era sapere che non sarebbe stato necessario ripartire subito.

