Il decreto firmato dal ministro Francesco Lollobrigida introduce il turismo enologico negli interventi settoriali della Politica agricola comune. Consorzi e organizzazioni di produttori potranno finanziare visite, incontri e iniziative nelle aree vitivinicole. Resta da definire quante risorse saranno effettivamente utilizzate per trasformare le denominazioni in destinazioni.
Il valore di un vino non termina più sulla soglia della cantina, ma comprende il paesaggio nel quale nasce, i borghi attraversati per raggiungere i vigneti, la cucina locale, l’ospitalità e il racconto delle persone che lavorano lungo la filiera. Ora questo legame entra formalmente anche negli strumenti della Politica agricola comune.
Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida ha firmato il decreto nazionale che attua la riforma dell’intervento settoriale della PAC dedicato al vino e introduce il sostegno alla promozione del turismo enologico. Secondo il Ministero dell’Agricoltura, il provvedimento dovrà accrescere la conoscenza e la reputazione dei vigneti, collegando la qualità dei vini all’eccellenza dei territori italiani. Potranno beneficiare degli aiuti i Consorzi di tutela, le organizzazioni di produttori e le organizzazioni interprofessionali.
Non si tratta quindi di finanziare direttamente il viaggio del turista o di assegnare contributi alle singole cantine per aprire una sala degustazione. Il sostegno è rivolto a soggetti collettivi chiamati a organizzare manifestazioni, incontri, visite e altre attività di valorizzazione nei territori vitivinicoli.
Dalla promozione della bottiglia al viaggio
Per anni una parte consistente delle politiche di promozione del vino ha guardato soprattutto ai mercati, alle esportazioni, alle fiere e alla capacità delle etichette italiane di competere all’estero. Il nuovo intervento aggiunge una prospettiva differente: non soltanto portare il vino verso il consumatore, ma portare il visitatore nei luoghi nei quali quel vino viene prodotto. Il passaggio è rilevante perché riconosce che la viticoltura genera un valore che può distribuirsi oltre l’azienda agricola. Una visita in cantina può attivare un pernottamento, un pranzo, l’acquisto di prodotti locali, l’ingresso in un museo o una sosta in un borgo. Il vino diventa così la porta d’accesso a un sistema territoriale più ampio.
Lollobrigida ha sintetizzato questa impostazione parlando della necessità di «associare alla qualità dei vini l’eccellenza dei territori italiani». È precisamente in questa associazione che l’enoturismo può diventare una politica di sviluppo rurale, anziché limitarsi a essere una degustazione inserita nell’itinerario di una giornata.
La direzione era stata indicata anche dal nuovo “Pacchetto vino” europeo, il regolamento UE 2026/471 ha ampliato la platea dei soggetti che possono accedere alle misure per il turismo enologico, includendo le organizzazioni attive nel settore e i gruppi che gestiscono vini a denominazione e indicazione geografica. L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee è sostenere, attraverso il turismo del vino, anche l’economia delle aree rurali.
Il ruolo decisivo dei Consorzi
La scelta dei beneficiari chiarisce anche quale modello si intende favorire. Il progetto non dovrebbe riguardare una sola impresa, ma un’intera denominazione o un territorio produttivo. I Consorzi potranno costruire calendari condivisi, itinerari tra più cantine, visite nei vigneti e iniziative capaci di collegare il vino con ristorazione, patrimonio culturale e paesaggio. In teoria, questo approccio può aiutare anche le aziende più piccole, che difficilmente riuscirebbero da sole a promuoversi come destinazioni turistiche.
Il risultato, però, dipenderà dalla qualità dei progetti. Una manifestazione isolata può attirare pubblico per un fine settimana senza incidere sulla permanenza dei visitatori. Un’offerta coordinata, con cantine visitabili, prenotazioni accessibili, trasporti, strutture ricettive e ristorazione, può invece rendere il territorio frequentabile durante più mesi dell’anno.
L’enoturismo richiede inoltre servizi che non coincidono con la produzione del vino. Servono personale preparato ad accogliere, informazioni in più lingue, orari affidabili, strumenti digitali e collegamenti con le altre attività locali. Il decreto può sostenere la promozione, ma il passaggio dalla campagna di comunicazione a un vero prodotto turistico rimane affidato alla capacità organizzativa dei territori.
Domande entro il 15 dicembre, ma manca ancora una cifra
Le richieste di aiuto dovranno essere presentate normalmente entro il 30 ottobre di ogni anno, secondo le modalità che saranno stabilite da Agea insieme alle Regioni. Per l’annualità 2026-2027 il termine è stato spostato al 15 dicembre 2026. Il comunicato ministeriale indica beneficiari e tipologie generali di intervento, ma non specifica ancora quante risorse saranno effettivamente destinate al turismo enologico, né quale quota dei costi potrà essere coperta. Senza questi elementi non è possibile misurare la dimensione economica della novità o stimare quanti progetti potranno essere finanziati.
Sarà importante anche capire come verranno valutati i risultati. Contare partecipanti e visite può non essere sufficiente: per conoscere l’effetto reale sui territori serviranno dati sulla durata dei soggiorni, sui periodi dell’anno interessati e sulla quota di spesa che raggiungerà ristoranti, strutture ricettive, guide e altre imprese locali.
L’ingresso dell’enoturismo nella PAC segna comunque un cambiamento di prospettiva. La politica agricola riconosce formalmente che tutelare e promuovere una produzione significa anche rendere conoscibile il territorio che la genera. La misura avrà raggiunto il proprio obiettivo se, accanto alla reputazione delle etichette, crescerà la capacità delle denominazioni di trattenere i visitatori e distribuire valore nelle comunità rurali. Perché una bottiglia può raccontare un luogo, ma occorrono servizi e organizzazione affinché quel racconto diventi un viaggio.

