L’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni apre la strada a un nuovo intervento europeo per promuovere l’enoturismo nelle aree di produzione. Visite, itinerari ed eventi potranno essere sostenuti, ma il destinatario non sarà necessariamente la singola cantina.
Il vino italiano non dovrà soltanto essere conosciuto, acquistato ed esportato, dovrà aiutare chi viaggia a riconoscere e raggiungere i territori nei quali nasce. È questo il passaggio più interessante dell’intesa raggiunta il 10 settembre dalla Conferenza Stato-Regioni sullo schema di decreto predisposto dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.
Il provvedimento attua un intervento europeo finalizzato ad accrescere la reputazione dei vigneti italiani attraverso la promozione del turismo enologico nelle regioni di produzione. Una formulazione che cambia la prospettiva a cui siamo abituati: al centro non c’è soltanto la bottiglia, ma il vigneto con il suo paesaggio, le cantine, le persone e le pratiche produttive che possono diventare parte dell’esperienza di viaggio.
La Conferenza Stato-Regioni documenta l’avvenuta intesa sullo schema, ma per conoscere tutte le modalità applicative bisognerà però attendere l’adozione e la pubblicazione del decreto definitivo, oltre alle successive indicazioni operative.
Che cosa potrà essere finanziato
Lo schema non sembra configurare un contributo generico destinato a costruire alberghi, ristoranti o nuove strutture ricettive. Le azioni individuate riguardano soprattutto la capacità dei territori vitivinicoli di raccontarsi e di trasformare la produzione in un’esperienza accessibile al visitatore.
Secondo la ricostruzione normativa pubblicata da Confcooperative Agroalimentare, tra le attività ammissibili rientrano campagne promozionali e pubblicitarie dedicate alle regioni viticole, escursioni ricreative nei vigneti, visite alle cantine e presentazioni dei metodi di produzione, degli impianti e delle attrezzature. Inoltre, sono previste iniziative come eventi, fiere ed esposizioni legate al turismo enologico.
Il sostegno potrebbe coprire fino al 50% delle spese ammissibili, mentre i progetti potrebbero avere durata annuale o biennale, ma l’elenco delle azioni non sarebbe definitivo e potrebbe essere successivamente integrato da AGEA d’intesa con le Regioni.
Si tratta di un passaggio importante anche per capire che cosa significhi davvero finanziare l’enoturismo. Non basta aprire la porta di una cantina e organizzare una degustazione, servono itinerari riconoscibili, informazioni, personale preparato, sistemi di prenotazione, occasioni culturali e collegamenti con ciò che si trova intorno: borghi, ristorazione, artigianato, ospitalità e paesaggio.
Non un bonus per ogni cantina
Un altro elemento decisivo riguarda i beneficiari, infatti l’intervento europeo, modificato dal Regolamento UE 2026/471, guarda principalmente alle azioni promosse da soggetti collettivi ossia, organizzazioni riconosciute, consorzi di tutela, organizzazioni professionali e altre associazioni operanti nel comparto vitivinicolo.
La singola impresa non appare quindi come la destinataria automatica e diretta del sostegno. Il modello punta piuttosto sulla costruzione di progetti capaci di rappresentare un’intera area produttiva. È una scelta coerente con la natura stessa del turismo perchè il visitatore difficilmente attraversa l’Italia per una sola degustazione, mentre può scegliere di fermarsi quando incontra una rete di cantine, paesaggi, percorsi e servizi leggibili come un’unica destinazione.
Resta da capire come saranno organizzate la selezione delle proposte e la distribuzione delle risorse, quale ruolo avranno concretamente le Regioni e con quali criteri verranno valutati i progetti. Sarà importante verificare anche se i territori meno conosciuti riusciranno a partecipare oppure se la misura finirà per premiare soprattutto le denominazioni già forti e organizzate.
Dalla notorietà del vino alla scelta del viaggio
Il nuovo intervento completa il ragionamento aperto dai dati sull’export agroalimentare, un vino venduto all’estero può far conoscere un nome geografico, ma quella notorietà non si trasforma automaticamente in presenze turistiche; affinchè il consumatore diventi viaggiatore, il territorio deve rendersi raggiungibile, comprensibile e visitabile.
Il decreto prova a intervenire precisamente in questo spazio, quello che separa il riconoscimento di un’etichetta dalla decisione di partire per vedere dove viene prodotta. È qui che il vino smette di essere soltanto una merce e diventa una porta d’ingresso verso un paesaggio. Non si tratterà dunque di ridurre l’enoturismo a una serie di eventi promozionali, se i progetti riusciranno a mettere insieme produttori, accoglienza e comunità locali, il sostegno potrà raggiungere un risultato più ampio. Non soltanto rafforzare la reputazione dei vigneti italiani, ma trasformarla in valore distribuito nei territori che li custodiscono.

