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Musumeci, Castelli e Acquaroli tracciano la strada per la rinascita dei territori colpiti dal sisma

A Rimini le voci di Musumeci, Castelli e Acquaroli tracciano la strada per la rinascita dell’Appennino e dei borghi italiani: meno burocrazia, una maggiore cultura della prevenzione e la valorizzazione dell’autenticità contro lo spopolamento.

Ricostruire dopo una catastrofe non è mai una mera questione di mattoni e cemento, me è in primis un atto di rigenerazione sociale, un tentativo di restituire stabilità e speranza alle comunità colpite.

Di questo si è discusso al Meeting di Rimini 2026, durante il partecipato incontro intitolato “Oltre l’emergenza. La ricostruzione che crea comunità”, svoltosi ieri all’Arena Cdo C1. Dal confronto tra ministri, commissari e governatori è emerso un messaggio chiaro: per salvaguardare le aree più fragili del Paese, le istituzioni devono agire con tempestività, superando le lungaggini burocratiche e investendo in una seria pianificazione preventiva, prima che la rassegnazione spinga i cittadini ad abbandonare definitivamente le proprie terre.

Musumeci: «Basta eterne emergenze, serve una vera svolta preventiva»

Il dibattito è stato aperto dall’intervento di Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare. Il ministro ha evidenziato una storica contraddizione culturale del nostro Paese:«Siamo un popolo emotivamente predisposto, ma non siamo predisposti alla prevenzione».

I dati presentati da Musumeci sono rilevanti, in quanto negli ultimi decenni, dal 1968 al 2026, lo Stato italiano ha destinato oltre 135 miliardi di euro alle emergenze e alle ricostruzioni successive ai terremoti. Una cifra che, secondo il ministro, se fosse stata investita anche solo per metà nella prevenzione e nella messa in sicurezza del territorio, avrebbe reso oggi l’Italia molto meno vulnerabile. Per spezzare questo circolo vizioso, Musumeci ha annunciato una riforma strutturale del Codice della Protezione civile con l’obiettivo di mettere un freno alle gestioni commissariali infinite: «L’Italia non può vivere nelle eterne emergenze. In passato lo stato di emergenza è durato anche tredici o quattordici anni».

Con la nuova normativa, la fase di stretta emergenza sarà limitata a uno o due anni, dopodiché si passerà alla ricostruzione ordinaria.

Infatti, una ricostruzione deve essere rapida per evitare lo svuotamento dei territori: «L’ente pubblico deve arrivare prima della rassegnazione privata, altrimenti le famiglie si trasferiranno altrove». Il ministro ha infine richiamato l’attenzione sulla carenza di una cultura civica della prevenzione. Lo scorso anno, ha spiegato, solo il 20% delle scuole italiane ha svolto esercitazioni di Protezione civile, mentre alle simulazioni organizzate nei Comuni partecipano mediamente appena 100 cittadini ogni 100mila abitanti.

Castelli: «Garantire la vitalità delle comunità d’altura con meno burocrazia»

Sulla stessa linea di pragmatismo si è inserito l’intervento di Guido Castelli, commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma del Centro Italia. Castelli ha ripercorso con franchezza le criticità e i ritardi che hanno segnato il periodo successivo al terremoto del 2016 nell’Appennino centrale, con una ricostruzione inizialmente costellata da incertezze e false partenze: «Se abbiamo fatto memoria del decennale dal sisma, non abbiamo fatto memoria del decennale della ricostruzione, che è partita molto tardi, quando si erano create già delle situazioni che hanno distratto nel tempo che nessuno restituirà ai terremotati».

La svolta, secondo il commissario, è arrivata grazie alla compattezza e alla sinergia della filiera istituzionale composta dai quattro governatori regionali, che ha permesso di affiancare alla ricostruzione fisica dei fabbricati un’azione mirata sul tessuto sociale delle comunità.

Lo strumento cardine di questa rinascita è la strategia “Next Appennino”, concepita per garantire ai territori montani le infrastrutture e i servizi necessari a mantenere vive comunità d’altura situate in zone impervie e difficili da abitare. Castelli ha poi ricordato come la vera sfida sia muoversi d’anticipo rispetto allo spopolamento, un fenomeno già presente prima del sisma e che le calamità naturali non fanno che aggravare. Per salvare questi territori, occorre un radicale cambio di marcia amministrativo: «Ricostruire non significa soltanto alzare mura, ma significa anche conservare la specificità che per secoli ha caratterizzato quell’insediamento. Dobbiamo, come dice la Meloni, accelerare, dobbiamo fare di più e quindi dobbiamo snellire le procedure, soprattutto quelle di controllo, che molto spesso costringono più burocrati a operare la stessa attività».

Dove la fragilità geologica renda impossibile ricostruire sul posto, Castelli ha citato la necessità di scelte coraggiose e dolorose come la delocalizzazione, portando l’esempio di Ischia, dove è previsto l’abbattimento di oltre 300 edifici che non potranno essere ricostruiti in sicurezza nelle medesime aree.

Acquaroli: «L’autenticità dei borghi è la chiave per attrarre giovani e imprese»

Se la prevenzione e lo snellimento burocratico rappresentano le fondamenta per la sicurezza dei territori, il motore per il loro rilancio economico e sociale risiede nella valorizzazione della loro unicità. Lo ha spiegato Francesco Acquaroli, presidente della Regione Marche, invitando a riscoprire lo straordinario potenziale dei piccoli centri montani, compresi quelli situati fuori dal cratere.

Acquaroli ha condiviso un episodio vissuto all’inizio di agosto all’uscita dell’autostrada A14 a Pedaso, dove una colonna di auto si dirigeva verso un piccolo borgo per partecipare a una sagra tradizionale. Quello che a prima vista poteva apparire come un semplice appuntamento locale si è rivelato un polo di attrazione per migliaia di turisti, interessati a vivere un’esperienza legata all’identità del territorio.

«Noi dobbiamo riscoprire queste realtà che hanno una forza incredibile e hanno anche la forza, se ben impostate, di trattenere i giovani, di sostenere l’imprenditorialità sulla gastronomia, sull’artigianato, sull’innovazione».

Secondo il governatore marchigiano, temi cruciali come la qualità della vita e la longevità sono naturalmente legati a questi contesti ed è proprio qui che si colloca la missione strategica della Regione, ossia, promuovere la bellezza e l’attrattività dei territori, aiutando i cittadini a riscoprire le proprie radici e le proprie potenzialità future, scongiurando il rischio che lo spopolamento e il trauma del sisma ne cancellino definitivamente la memoria.

Il turismo può sostenere la rinascita, ma servono comunità vive

È in questo passaggio che la ricostruzione incontra direttamente il turismo. Un borgo messo in sicurezza, raggiungibile e dotato di servizi può tornare ad accogliere visitatori, sostenere strutture ricettive, ristorazione, produzioni artigiane e iniziative culturali, ma il valore turistico di questi luoghi dipende proprio dall’autenticità richiamata da Acquaroli: dalla presenza di persone, attività, tradizioni e relazioni che continuano a renderli comunità vive.

Cammini, turismo lento, gastronomia e feste locali possono portare nuove presenze anche nei centri lontani dai circuiti più frequentati, allo steso tempo non possono però sostituire scuole, sanità, mobilità, connessioni e opportunità di lavoro. Il turismo diventa una leva di rinascita soltanto quando accompagna la vita dei residenti, contribuendo a generare economia senza trasformare i borghi in scenografie destinate esclusivamente ai visitatori.

Verso un nuovo modello di territorio

L’incontro di Rimini ha mostrato che la sicurezza e il futuro dell’Italia interna non si difendono con interventi frammentati o con l’emotività dell’ultimo momento. La sfida si vince unendo la cultura della prevenzione infrastrutturale auspicata da Musumeci, la semplificazione burocratica e i servizi per le comunità montane descritti da Castelli e la scommessa sull’autenticità e sull’economia locale promossa da Acquaroli.

Questi elementi rappresentano anche la premessa necessaria per costruire un modello turistico capace di distribuire le presenze, sostenere le attività locali e raccontare l’identità dell’Appennino senza consumarla. Solo così i borghi italiani potranno smettere di essere luoghi di perenne emergenza e tornare a essere spazi di futuro, innovazione e comunità.