Circa 200 persone in vetta in un solo fine settimana, oltre cento interventi di soccorso in tre anni e temperature eccezionali ad alta quota. La Regione Piemonte apre il confronto su sicurezza, flussi turistici e cambiamento climatico, senza decidere per ora alcun numero chiuso.
Circa 200 persone sulla vetta del Monviso nell’arco di un fine settimana. Non è la stima dei turisti presenti nell’intera zona, ma il dato segnalato dalle guide alpine durante il primo Tavolo Monviso convocato dalla Regione Piemonte. Un numero che rende visibile una trasformazione: l’alta montagna attrae un pubblico crescente proprio mentre il cambiamento climatico ne modifica condizioni, rischi e stabilità.
Dal 10 giugno al 10 settembre 2026, secondo i dati diffusi dalla Regione Piemonte, la temperatura rilevata dalla stazione Arpa sul Monviso, situata a oltre 3.300 metri, non è mai scesa fino a zero gradi. Nello stesso periodo il massiccio è stato interessato da due nuovi crolli: il primo settembre sul versante nord-est e, nella notte tra il 13 e il 14 settembre, nell’area dei Torrioni Sari, sul versante meridionale.
È da questa coincidenza fra pressione turistica e fragilità ambientale che nasce una domanda destinata a riguardare molte località alpine: se clima e frequentazione stanno cambiando contemporaneamente la montagna, sarà ancora possibile accedervi come si è sempre fatto?
Il caldo modifica anche il rischio
Arpa Piemonte indica lo stress termico come probabile fattore dei recenti distacchi e la degradazione del permafrost come possibile concausa, all’interno di pareti già fortemente fratturate. Il rapporto, tuttavia, non è automatico: ogni crollo deve essere studiato singolarmente e sulla base di rilievi specifici.
La prudenza scientifica non riduce la portata del problema. Il permafrost è il terreno o la roccia che rimane congelato per almeno due anni consecutivi; il suo deterioramento può diminuire la resistenza degli ammassi rocciosi. Arpa studia questo fenomeno sulle Alpi piemontesi dal 2006 attraverso cinque stazioni permanenti e 122 sensori superficiali, secondo i dati presentati al Tavolo regionale.
La montagna turistica non può quindi essere considerata uno scenario immutabile. Percorsi conosciuti, accessi ai rifugi e pareti frequentate da decenni possono richiedere nuove verifiche, informazioni aggiornate e, nei casi più esposti, modifiche temporanee agli itinerari.
Duecento persone in vetta e cento soccorsi
La pressione non riguarda soltanto la cima. Il Giro del Viso registra circa 40mila utenti, secondo i dati del Parco del Monviso, mentre la Regione stima complessivamente 200mila passaggi nell’area circostante la montagna.
Sono cifre diverse, che non corrispondono necessariamente a visitatori unici, ma mostrano la concentrazione dei flussi su alcuni percorsi. Anche il dato del Soccorso Alpino aggiunge un elemento importante: negli ultimi tre anni sono stati effettuati più di cento interventi sul Monviso e quasi la metà ha riguardato persone che avevano smarrito il sentiero.
Non significa che ogni crescita del turismo produca automaticamente più incidenti. Indica però che la gestione di una destinazione alpina non può limitarsi a promuoverne il paesaggio. Segnaletica, preparazione dei visitatori, informazioni sulle condizioni dei percorsi e accompagnamento diventano parte dell’accoglienza, esattamente come i trasporti o i servizi ricettivi in una destinazione urbana.
Nessun numero chiuso, per ora
Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha richiamato l’esperienza delle Dolomiti e la necessità di una frequentazione più sostenibile e ordinata. Il riferimento ha aperto il confronto sulle possibili forme di regolazione, ma non equivale all’introduzione di un numero chiuso sul Monviso.
Le ipotesi emerse sono più articolate. Si parla di distribuire meglio i visitatori lungo la rete dei sentieri, ridurre la concentrazione nella parte alta del massiccio, migliorare la segnaletica e valutare modalità di accesso più organizzate nei punti maggiormente frequentati. Saranno inoltre esaminate la possibilità di un percorso alternativo verso il rifugio Quintino Sella e, quando necessarie, eventuali limitazioni temporanee nelle aree più esposte.
La fase tecnica coinvolgerà Arpa, università, centri di ricerca, enti locali, guide e Soccorso Alpino. Una prima restituzione condivisa è prevista per l’inizio della primavera 2027. Il Tavolo potrebbe inoltre diventare permanente ed estendersi alle altre Alpi piemontesi, a partire dal confronto sul Monte Rosa.
Il caso Monviso va dunque oltre il dibattito tra accesso libero e divieti. La vera questione è costruire una gestione capace di cambiare insieme alla montagna. Regolare un percorso, indicarne uno alternativo o sospendere temporaneamente un accesso non significa necessariamente chiudere un territorio al turismo. Può voler dire conservarne l’accessibilità, evitando che il successo della destinazione e la trasformazione climatica finiscano per comprometterne sicurezza e futuro.

