La settimana della moda si è chiusa con oltre duecento appuntamenti e una forte presenza internazionale. Confcommercio ha stimato una spesa turistica di 219,5 milioni di euro, ma il dato non è ancora un consuntivo. Per conoscere l’impatto reale serviranno occupazione alberghiera, tariffe medie e consumi effettivi.
Le sfilate sono terminate, gli allestimenti vengono smontati e Milano torna alla propria quotidianità. È adesso che dovrebbe cominciare un altro lavoro: misurare quanto la Fashion Week abbia prodotto realmente per hotel, ristoranti, negozi e servizi della città.
Il dato più citato è quello elaborato prima dell’evento dal Centro Studi di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza: 219,5 milioni di euro di spesa turistica prevista tra il 22 e il 28 settembre.
La cifra è importante, ma deve essere letta correttamente. Non rappresenta il fatturato già incassato dalle imprese né il denaro entrato nelle casse del Comune. È una stima dell’indotto generato dai visitatori arrivati a Milano per la settimana della moda. Al momento non risultano ancora pubblicati dati definitivi che permettano di verificare se quella previsione sia stata raggiunta.
Shopping, hotel e ristorazione
Secondo l’analisi di Confcommercio Milano, dei 219,5 milioni stimati, 100,8 sarebbero stati destinati allo shopping, 85,4 a ricettività e ristorazione e 32,9 ai trasporti.
I visitatori attesi erano quasi 141 mila, con una spesa media individuale di 1.555 euro. Il dato complessivo segnava una diminuzione dell’8% rispetto alla Fashion Week di settembre 2025, ma una crescita dell’1,4% rispetto all’edizione di febbraio 2026.
Il cambiamento più interessante riguardava la provenienza del pubblico: i visitatori stranieri erano previsti in aumento del 22%, mentre quelli italiani risultavano in calo del 29%. Una trasformazione che può incidere sulla distribuzione della spesa, perché il visitatore internazionale tende a utilizzare maggiormente alberghi, ristorazione, trasferimenti e servizi di fascia alta.
Gli hotel non crescono tutti allo stesso modo
Le prenotazioni registrate prima dell’evento confermavano la forza internazionale della manifestazione, ma mostravano un mercato alberghiero meno uniforme di quanto suggerisca l’espressione “tutto esaurito”.
Secondo The Data Appeal Company, le prenotazioni aeree verso Milano durante la settimana erano cresciute del 13,3% rispetto all’anno precedente. Gli arrivi dagli Stati Uniti aumentavano del 25%, mentre alcuni mercati asiatici registravano incrementi ancora più marcati.
Sul fronte alberghiero, però, le tariffe previste per i tre stelle risultavano in diminuzione del 9,4% e quelle dei quattro stelle del 3,5%. I cinque stelle segnavano invece un aumento del 19%.
La Fashion Week sembra quindi sostenere soprattutto il turismo internazionale di alta gamma, mentre l’effetto sulle altre categorie ricettive deve essere verificato attraverso i dati effettivi di occupazione, tariffa media e ricavo per camera.
Dai taxi ai ristoranti, cosa manca per fare il bilancio
Anche per la mobilità sono circolate previsioni significative. Freenow stimava un aumento dell’86% delle richieste di taxi rispetto alla settimana precedente, soprattutto tra aeroporti, stazioni, location degli eventi e quartieri della vita notturna. Anche questo, però, era un dato atteso e non il numero delle corse realmente effettuate.
Per capire quanto Milano abbia davvero guadagnato serviranno i consuntivi: tasso di occupazione delle camere, ADR, permanenza media, coperti nei ristoranti, transazioni nei negozi, corse di taxi e NCC e provenienza dei visitatori.
La Fashion Week è ormai anche un prodotto turistico urbano. Distribuisce persone e consumi tra alberghi, locali, boutique, aeroporti e servizi, rafforzando l’immagine internazionale della città. Ma il suo valore non può essere misurato soltanto contando sfilate, celebrità e copertura mediatica.
La previsione di 219,5 milioni racconta la dimensione potenziale dell’evento. Il consuntivo dovrà dirci quanta parte di quel valore sia rimasta davvero a Milano e quali imprese ne abbiano beneficiato.

