Dopo lo scontro tra piccoli stabilimenti e macro-aggregazioni, il nuovo Piano dell’Arenile apre un’altra domanda: chi avrà i capitali per costruire la spiaggia riminese del futuro? Le prime manifestazioni d’interesse non sono vincolanti, ma il confronto riguarda già identità, concorrenza e modello turistico.
Pochi giorni fa ci chiedevamo se la spiaggia italiana del futuro sarebbe rimasta quella dei piccoli bagni, ciascuno con il proprio bagnino, una clientela abituale e uno storico rapporto con gli alberghi vicini. Ora, mentre Rimini raccoglie le proposte per le nuove aggregazioni previste dal Piano dell’Arenile, quella domanda diventa più concreta: chi finanzierà la trasformazione?
A quanto pare alcuni progetti di maxi stabilimenti avrebbero attirato l’attenzione di aziende e investitori esterni al tradizionale mondo balneare. Tra i soggetti indicati figurano una società del Gruppo SGR e il marchio Algida, mentre negli ambienti di categoria si parla anche di gruppi stranieri e fondi d’investimento. È necessario però mantenere distinti i fatti dalle prospettive perchè non risultano, al momento, accordi definitivi o progetti aziendali ufficialmente annunciati. Le manifestazioni d’interesse che il Comune di Rimini raccoglierà fino al 18 settembre non sono vincolanti e non assegnano le future concessioni. Il segnale rimane tuttavia, rilevante: se cresce la dimensione degli stabilimenti, cresce anche l’investimento necessario e, di conseguenza, cambia la platea dei soggetti interessati alla spiaggia.
Dai bagnini riuniti ai capitali esterni
Le macro-aggregazioni previste dal nuovo modello riminese possono comprendere otto o più stabilimenti e tra i progetti attesi c’è quello del consorzio Le Spiagge Rimini, che già riunisce tredici bagni, oltre alle ipotesi sviluppate da altri gruppi di operatori locali. L’aggregazione, quindi, non coincide automaticamente con l’arrivo delle multinazionali, ma può rappresentare anche uno strumento attraverso il quale le imprese balneari del territorio uniscono risorse, competenze e capacità progettuale. Questa è la posizione sostenuta da Mauro Vanni, presidente della Cooperativa dei Bagnini di Rimini sud, secondo il quale associarsi può permettere agli operatori locali di affrontare gli investimenti e competere nei futuri bandi.
Il punto è che la spiaggia immaginata dal nuovo piano richiede una capacità finanziaria diversa che comprende piscine, terrazze, ristorazione, spazi per eventi, impianti efficienti e servizi utilizzabili oltre i mesi estivi hanno costi difficilmente sostenibili dal singolo piccolo stabilimento. La variante illustrata dal Comune di Rimini estende alcune opportunità anche alle micro-aggregazioni di due o tre concessioni, comprese terrazze e piscine condivise, però riconosce alle macro-aggregazioni possibilità più ampie, come piscine fino a 300 metri quadrati e attività di spettacolo all’aperto.
Una spiaggia più moderna, ma per quale turismo?
La questione non è stabilire se il capitale esterno sia positivo o negativo in sé, la domanda che ci si pone riguarda le condizioni con cui potrebbe entrare in uno spazio che, pur ospitando attività private, rimane parte del demanio e dell’identità collettiva della città. Un grande investitore può portare risorse, progettualità e servizi capaci di prolungare la stagione, allo stesso modo però può anche favorire una maggiore standardizzazione dell’offerta, concentrare il potere economico e indebolire il rapporto costruito nel tempo tra stabilimenti, alberghi, famiglie e clientela locale.
La possibilità di realizzare grandi poli balneari solleva inoltre interrogativi sui prezzi, sull’accessibilità e sulla varietà dell’offerta. Una spiaggia composta soltanto da strutture molto attrezzate rischierebbe di rivolgersi soprattutto a un pubblico con maggiore capacità di spesa, al contrario, difendere ogni frammentazione esistente potrebbe rendere più difficile finanziare la riqualificazione e competere con destinazioni che stanno già trasformando il proprio prodotto turistico.
Il rischio di una competizione impari
Sul fondo del confronto rimane la questione delle future gare per le concessioni balneari. Le macro-aggregazioni non sono imposte dalla direttiva Bolkestein, ma possono incidere concretamente sul modo in cui gli operatori arriveranno alle procedure comparative perchè più grandi diventano i progetti, maggiore è la capacità finanziaria richiesta per realizzarli.
Il rischio è che una competizione formalmente aperta a tutti finisca per favorire chi dispone già di capitali, strutture societarie e possibilità d’investimento molto superiori a quelle delle imprese familiari. Non significa che l’ingresso di nuovi soggetti debba essere escluso a priori, ma pone un problema reale: valutare allo stesso modo operatori profondamente diversi non garantisce necessariamente una concorrenza equilibrata.
Per Rimini la questione non riguarda soltanto chi presenterà l’offerta economicamente o tecnicamente più forte, ma anche la possibilità di riconoscere il valore economico e sociale costruito dagli stabilimenti del territorio, la professionalità maturata nel tempo e il rapporto con alberghi, residenti e turisti. Senza criteri capaci di considerare questi elementi, il rinnovamento della spiaggia potrebbe trasformarsi in una selezione basata soprattutto sulla disponibilità di capitale.
Il vero banco di prova saranno le regole
Le proposte raccolte a settembre offriranno al Comune una fotografia degli interessi in campo, ma non determineranno automaticamente chi gestirà gli stabilimenti, la fase decisiva arriverà con i bandi pubblici e con le regole attraverso le quali saranno valutati progetti, investimenti e garanzie per la città.
Rimini sta quindi affrontando una questione che riguarda molte località costiere italiane, ossia modernizzare la spiaggia senza consegnarla a un modello unico. Il confronto non è più soltanto tra bagno piccolo e maxi stabilimento, ma tra diverse idee di turismo, diversi livelli di investimento e diversi equilibri tra impresa locale e grandi capitali.
Quello che è certo è che la spiaggia del futuro avrà bisogno di risorse e la vera sfida sarà impedire che, insieme alla scala degli investimenti, diventi più grande anche la distanza tra il mare e il territorio che lo ha trasformato in destinazione.

