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I ristoranti fanno turismo, ma non sempre accedono agli incentivi: FIPE chiede di cambiare le regole

La Federazione contesta il mancato riconoscimento generale dei pubblici esercizi come imprese turistiche. Il caso GreenTour mostra come i codici ATECO e la dimensione minima degli investimenti possano lasciare fuori molti ristoranti, mentre altri programmi li includono espressamente.

Un turista può scegliere una destinazione per la sua cucina, costruire parte dell’esperienza attorno a un ristorante e lasciare sul territorio una quota importante della propria spesa. Quando però si passa dai consumi alle politiche di sostegno, la ristorazione non sempre viene trattata come una componente dell’offerta turistica.

Questo è il punto sollevato da FIPE-Confcommercio nei giorni scorsi. Il 17 ottobre il presidente Lino Enrico Stoppani ha chiesto al Governo di superare quella che la Federazione considera una distinzione penalizzante: i pubblici esercizi, secondo FIPE, non sono riconosciuti in modo pieno come “imprese turistiche” e possono quindi restare fuori dai programmi dedicati a innovazione, riqualificazione e investimenti.

La richiesta arriva insieme a numeri che descrivono un settore tutt’altro che marginale. Secondo i dati richiamati da FIPE, la ristorazione rappresenta la seconda voce della spesa turistica in Italia, con 32,3 miliardi di euro, appena quattro miliardi meno dei servizi ricettivi. Gli addetti sono oltre 1,5 milioni.

Il nodo è nella definizione

Il quadro normativo non ignora del tutto il rapporto fra ristorazione e turismo. L’articolo 4 del Codice del turismo considera imprese turistiche quelle che producono o gestiscono servizi, infrastrutture ed esercizi che concorrono alla formazione dell’offerta turistica. Nella stessa norma vengono citati anche gli esercizi di somministrazione, ma a condizione che facciano parte dei sistemi turistici locali.

È proprio questa formulazione a creare, secondo FIPE, una zona grigia. La ristorazione viene riconosciuta quando è inserita in un determinato sistema o progetto turistico, ma non sempre come comparto autonomo, pur svolgendo una funzione evidente nell’esperienza del visitatore. Il Codice stabilisce inoltre che l’iscrizione al Registro delle imprese è necessaria per accedere ai benefici riservati alle imprese turistiche, lasciando poi ai singoli strumenti il compito di definire requisiti e categorie ammesse.

Anche la classificazione economica ATECO 2025 colloca alloggio e ristorazione nella stessa sezione dei servizi. Ma questa vicinanza statistica non significa automaticamente accesso agli stessi incentivi: nei bandi contano le definizioni contenute nei decreti attuativi e i codici indicati nelle tabelle dei beneficiari.

GreenTour: il caso più evidente

Il Fondo GreenTour, promosso dal Ministero del Turismo e gestito da Invitalia, mette a disposizione 109 milioni di euro per sostenere efficienza energetica, fonti rinnovabili, digitalizzazione e sostenibilità delle imprese turistiche. La misura prevede 59 milioni di contributi a fondo perduto e 50 milioni di finanziamenti agevolati; il termine per presentare le domande è scaduto l’8 ottobre 2026.

La platea, però, non è definita soltanto dalla generica appartenenza al turismo. L’articolo 5 del decreto individua i beneficiari attraverso una serie di codici ATECO. La tabella comprende alberghi, villaggi turistici, campeggi, agenzie di viaggio, tour operator, servizi di prenotazione e alcune attività di intrattenimento. Nella lista non compaiono i codici specifici della ristorazione.

Questo significa che un ristorante indipendente, con attività concentrata nella somministrazione di alimenti e bevande, non ha accesso diretto a GreenTour soltanto perché lavora in una località turistica o perché la sua clientela è composta in larga parte da visitatori.

Il decreto prevede una possibilità alternativa per le imprese attive da almeno tre anni che non possiedono uno dei codici principali, ma dimostrano di ottenere oltre il 50% del fatturato da attività turistiche ricomprese nei codici ammessi. Alla lettera della norma, questa clausola può aiutare imprese miste o gruppi che svolgono anche attività ricettive o di servizio turistico, ma non risolve automaticamente il problema del ristorante che opera soltanto nella ristorazione.

C’è poi un secondo ostacolo. GreenTour finanzia programmi compresi fra un milione e 15 milioni di euro e richiede che almeno il 51% della spesa riguardi interventi “trainanti” di efficienza energetica o produzione da fonti rinnovabili. Anche quando il codice ATECO fosse ammissibile, una soglia di questo tipo può risultare lontana dalla capacità di investimento di molti piccoli ristoranti.

Non tutti i programmi escludono la ristorazione

Il quadro cambia da una misura all’altra. Staff House, per esempio, include espressamente tra i beneficiari anche le imprese che svolgono attività di somministrazione di alimenti e bevande. In questo caso l’agevolazione riguarda la riqualificazione o l’ammodernamento degli alloggi destinati ai lavoratori del turismo, non la ristrutturazione generale del locale.

La differenza è significativa: la ristorazione non è esclusa in assoluto dagli strumenti del Ministero, ma viene ammessa quando il bando la considera espressamente e quando l’investimento risponde alla finalità specifica della misura.

È questa frammentazione a rendere difficile l’accesso, un’impresa può essere centrale per l’economia di una destinazione, ma dover verificare ogni volta se il proprio codice, la dimensione del progetto, la tipologia dell’immobile o la composizione del fatturato rientrino nelle regole del singolo avviso.

La richiesta al Governo

FIPE non sostiene che ogni ristorante debba ricevere automaticamente qualsiasi incentivo destinato al turismo. Chiede però che il ruolo dei pubblici esercizi venga riconosciuto in modo coerente nelle politiche di promozione e sviluppo delle destinazioni. La Federazione ha definito la situazione una scelta italiana, non imposta dall’Europa, e ha chiesto di rimuovere i profili discriminatori dell’attuale definizione di impresa turistica.

Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, secondo FIPE, sta lavorando a un possibile superamento di queste criticità. Al momento, però, non esiste ancora una modifica generale che garantisca ai ristoranti l’accesso agli stessi strumenti delle strutture ricettive. La questione riguarda quindi molto più di una categoria economica. Se la ristorazione contribuisce a orientare i flussi, raccontare i territori, sostenere le filiere locali e creare occupazione, escluderla da alcuni programmi di investimento significa adottare una definizione parziale del turismo.

La domanda che ora arriva al Governo è concreta: se il viaggio passa anche dalla tavola, perché gli incentivi dovrebbero fermarsi alla porta dell’hotel?