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G20Spiagge: le città balneari chiedono allo Stato di contare la popolazione reale

Le località del G20Spiagge ospitano una quota enorme dei flussi turistici italiani, ma organizzano servizi e personale partendo soprattutto dalla popolazione residente. La proposta sulle Comunità Marine vuole introdurre la popolazione stagionale nel calcolo dei fabbisogni e delle risorse.

Per lo Stato sono piccoli Comuni, in estate, però, diventano città con decine o centinaia di migliaia di persone da servire. Devono raccogliere più rifiuti, regolare il traffico, garantire sicurezza, manutenzione, acqua, trasporto pubblico e presidio del territorio, spesso con organici costruiti sul numero dei residenti durante l’inverno.

È il paradosso delle cosiddette “città fisarmonica”, tornato al centro del IX Destination Summit del G20Spiagge, concluso oggi, 25 settembre, a Lignano Sabbiadoro. Il confronto finale, significativamente intitolato “Il mare è una città”, ha riunito amministratori locali, Regioni, parlamentari e rappresentanti delle imprese intorno alla proposta di legge sulle Comunità Marine e lacuali.

La richiesta è semplice da formulare ma complessa da tradurre nei bilanci pubblici: lo Stato dovrebbe contare non soltanto chi risiede stabilmente in una località turistica, ma anche chi vi dimora temporaneamente e utilizza i suoi servizi.

Comuni piccoli soltanto sulla carta

Secondo i dati richiamati i territori rappresentati nel network ospitano meno del 2% della popolazione italiana, ma nel mese di agosto accolgono quasi un quarto dei turisti presenti nel Paese. Le 23 destinazioni aderenti al G20Spiagge raggiungono complessivamente circa 55 milioni di presenze turistiche, pari al 12% del totale nazionale.

Bibbona, in provincia di Livorno, è uno dei casi più evidenti: poco più di 3.100 residenti e oltre un milione di turisti all’anno. Il sindaco Massimo Fedeli ha raccontato che il Comune dispone di sei addetti alla manutenzione e sei agenti di polizia locale. L’amministrazione ha dovuto acquistare anche la caserma dei Carabinieri per evitarne l’accorpamento con quella di un’altra città.

Il problema non riguarda quindi soltanto il turismo, ma la possibilità concreta di governare territori che cambiano dimensione nel giro di poche settimane. L’assessore al Turismo del Friuli-Venezia Giulia Sergio Emidio Bini, sostenendo l’accelerazione dell’iter parlamentare, ha osservato che non è possibile affrontare stagioni da centinaia di migliaia di persone con gli strumenti e gli organici di un piccolo Comune.

Che cosa prevede la proposta sulle Comunità Marine

La proposta di legge A.C. 2410, attualmente all’esame della Commissione Attività produttive della Camera, introduce la qualifica di Comunità Marina o lacuale per i Comuni costieri sottoposti a rilevanti variazioni stagionali della popolazione.

Il riconoscimento non sarebbe automatico e il Comune dovrebbe presentare una richiesta e la qualifica verrebbe attribuita dalla Regione, previa intesa in Conferenza Stato-Regioni e successiva comunicazione al Ministero del Turismo. Tra i criteri previsti rientrano il numero delle strutture ricettive rispetto agli abitanti, la differenza tra residenti e popolazione stagionale, l’occupazione dei posti letto, la permanenza media e il tasso di pressione turistica. Quest’ultimo, cioè il rapporto tra turisti e residenti, dovrebbe essere superiore a 25.

Il passaggio più importante riguarda però il calcolo della popolazione stagionale. Un decreto del Ministero del Turismo dovrebbe stabilire come misurare le persone temporaneamente presenti durante la stagione balneare e quel dato diventerebbe un parametro per dimensionare i servizi pubblici, assegnare le risorse necessarie e aggiornare i fabbisogni standard dei Comuni.

In concreto, un Comune turistico potrebbe vedere riconosciuta nelle formule finanziarie una dimensione più vicina a quella che deve realmente amministrare durante l’estate.

I turisti sono già conteggiati, ma solo in parte

Dire che oggi lo Stato consideri esclusivamente i residenti sarebbe, tuttavia, impreciso perchè il dossier del Servizio Studi della Camera segnala che le presenze turistiche entrano già nel calcolo dei fabbisogni standard per alcuni servizi, tra cui polizia locale, viabilità, gestione del territorio e trasporto pubblico.

La stessa documentazione parlamentare invita quindi a chiarire come le nuove disposizioni dovrebbero coordinarsi con il sistema esistente. La proposta non parte da zero, ma punta a rendere la popolazione stagionale un riferimento più esplicito e organico.

Il passaggio decisivo sarà capire quali risorse aggiuntive potranno essere assegnate e con quali criteri, evitando che il riconoscimento rimanga soltanto una nuova qualifica amministrativa.

Dal numero delle presenze alla qualità dei servizi

Il riconoscimento delle Comunità Marine non servirebbe soltanto a sostenere i bilanci comunali. Potrebbe incidere direttamente sulla qualità dell’esperienza turistica. Una località che non dispone di personale sufficiente fatica a gestire pulizia, mobilità, sicurezza, spiagge, eventi e vita notturna. I disagi ricadono sui residenti, ma anche sui visitatori che hanno scelto e pagato quella destinazione.

La proposta arriva inoltre mentre le città costiere devono affrontare investimenti sempre più impegnativi: rigenerazione dei lungomari, erosione, adattamento climatico, gestione dei luoghi sovraffollati e servizi capaci di funzionare oltre l’alta stagione.

Il Summit di Lignano non ha concluso l’iter parlamentare, la proposta resta in Commissione e, dopo l’eventuale approvazione, saranno necessari decreti e nuovi criteri di calcolo. Il riconoscimento politico, però, è ormai chiaro: una città turistica non coincide sempre con la popolazione registrata all’anagrafe.

Le località balneari chiedono che i turisti smettano di essere visibili soltanto nelle statistiche delle presenze e diventino visibili anche quando lo Stato distribuisce risorse e dimensiona i servizi.