Le nuove norme europee rafforzano il ruolo dei consorzi di tutela e la gestione delle produzioni certificate. Intanto cresce il turismo enogastronomico, ma molti territori continuano a faticare nel trasformare le proprie eccellenze agroalimentari in vere esperienze di viaggio.
C’è un dato che racconta meglio di molti altri il potenziale ancora inespresso del turismo nella nostra Penisola: lì Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti DOP e IGP riconosciuti. Un patrimonio costruito attraverso centinaia di produzioni legate a territori, tradizioni, paesaggi e comunità locali. Eppure, nonostante questo patrimonio straordinario, il legame tra eccellenza agroalimentare e sviluppo turistico sembra restare in gran parte incompiuto.
Il tema è tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane per due ragioni diverse ma strettamente collegate.
Da una parte, l’entrata in vigore delle nuove regole europee sulle Indicazioni Geografiche rafforza il ruolo dei consorzi di tutela nella gestione e nella valorizzazione delle produzioni certificate. Dall’altra, le analisi dedicate al turismo del gusto evidenziano come l’Italia rischi ancora di non sfruttare completamente una delle proprie risorse più forti. Per queste ragioni, dunque, ci si chiede come può il Paese con il cibo più famoso del mondo, non essere ancora il leader assoluto del turismo gastronomico.
Le nuove regole rafforzano il ruolo dei consorzi
Le novità introdotte a livello europeo attribuiscono ai consorzi strumenti più incisivi per la tutela delle produzioni certificate e hanno l’obiettivo di rafforzare la protezione delle denominazioni, contrastare utilizzi impropri e garantire una maggiore coerenza nell’utilizzo dei marchi collegati ai prodotti DOP e IGP.
Ma il tema non riguarda soltanto la difesa commerciale, in quanto sempre più spesso i consorzi sembrano essere chiamati a svolgere un ruolo che va oltre la tutela della filiera produttiva, diventando punto di riferimento per raccontare territori, costruire identità e promuovere esperienze.
Oggi una forma di Parmigiano Reggiano, una bottiglia di Chianti Classico o una Mozzarella di Bufala Campana non rappresentano soltanto prodotti alimentari, ma anche luoghi, paesaggi, persone e storie.
Dal prodotto all’esperienza: il vero salto che manca
Negli ultimi anni il turismo è cambiato profondamente, chi viaggia non cerca soltanto luoghi da visitare, ma piuttosto esperienze da vivere. Da qui pare nascere un paradosso: molti territori possiedono prodotti straordinari, ma non sempre riescono a trasformarli in un’offerta turistica strutturata. Anzi, sempre più spesso l’eccellenza resta confinata nella produzione e nella vendita, senza diventare parte di un percorso di visita capace di generare permanenza, spesa turistica e ritorni.
La differenza è per ciò sostanziale. Un turista che acquista un prodotto genera un valore limitato, mentre un turista che visita un caseificio, partecipa a una degustazione, soggiorna sul territorio e scopre le comunità che hanno costruito quella tradizione, produce un impatto economico molto più ampio.
Il vantaggio competitivo che l’Italia sembra non sfruttare completamente
Molti Paesi hanno costruito importanti strategie turistiche attorno al vino, alla gastronomia e alle produzioni locali pur disponendo di patrimoni molto inferiori a quello italiano.
L’Italia parte da una posizione privilegiata perchè dispone di centinaia di produzioni certificate, di paesaggi agricoli riconosciuti a livello internazionale, di tradizioni gastronomiche fortemente identitarie e di una reputazione globale costruita in decenni. Eppure il sistema continua spesso a presentarsi in modo frammentato.
Esistono territori che hanno saputo sviluppare modelli efficaci di turismo enogastronomico, ma manca ancora una strategia diffusa capace di trasformare il patrimonio agroalimentare in una rete nazionale di esperienze. Il risultato è che molte eccellenze continuano a essere conosciute più come prodotti da acquistare che come motivazioni di viaggio.
Turismo del gusto e destagionalizzazione
L’enogastronomia è uno dei pochi prodotti turistici capaci di funzionare durante tutto l’anno e questo viene ad essere il secondo elemento che rende il tema particolarmente interessante per il turismo italiano.
Non dipende dal meteo, non richiede necessariamente la stagione estiva e può contribuire a distribuire i flussi verso aree interne, piccoli borghi e territori lontani dai circuiti tradizionali. In un momento in cui il settore parla sempre più spesso di destagionalizzazione e sostenibilità, il turismo del gusto rappresenta uno degli strumenti più concreti per raggiungere questi obiettivi.
La sfida dei prossimi anni
Le nuove regole sulle Indicazioni Geografiche arrivano in una fase in cui il turismo cerca nuovi modelli di sviluppo e per i consorzi si apre una sfida che va oltre la tutela dei marchi. Diventare protagonisti del turismo significa contribuire alla costruzione di esperienze, itinerari, percorsi e narrazioni capaci di collegare il prodotto al territorio che lo ha generato.
Perché il vero valore di una DOP o di una IGP non si misura soltanto nelle esportazioni o nelle vendite, ma anche nella capacità di trasformare un’eccellenza alimentare in una ragione per partire.
E forse è proprio qui che si trova una delle più grandi opportunità ancora inespresse del turismo italiano: il mondo conosce già i nostri prodotti, la vera sfida è convincerlo a venire nei luoghi dove quei prodotti nascono.

