Tra proteste degli autotrasportatori, distributori senza benzina e difficoltà nella logistica, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia stanno affrontando una crisi che riguarda anche aeroporti, porti, ristorazione e spostamenti dei visitatori.
Il caro carburanti non è più soltanto un problema per chi deve fare rifornimento, nel Mezzogiorno la protesta degli autotrasportatori ha iniziato a produrre conseguenze sulla distribuzione delle merci e sulla mobilità, con effetti indiretti anche sul turismo. La mobilitazione non è uno sciopero nazionale unitario proclamato da tutte le sigle del settore, ma una serie di presidi e fermi spontanei nati in particolare in Puglia e poi estesi a Calabria, Basilicata e Sicilia. Il governo ha convocato un tavolo con le associazioni dell’autotrasporto per il 27 ottobre.
A rendere più delicata la situazione è stata anche la sospensione dei rifornimenti dalla raffineria Eni di Taranto, dopo i blocchi agli ingressi dello stabilimento. Puglia, Basilicata e Calabria dipendono in larga parte da quell’hub logistico e in diverse province si sono registrati distributori a secco e lunghe code. In Sicilia, nella serata del 22 ottobre, alcuni trasportatori hanno sospeso i blocchi dopo le rassicurazioni ricevute dalla Prefettura di Catania.
Il prezzo medio rilevato il 21 ottobre sulla rete stradale nazionale era di 2,026 euro al litro per la benzina self service e di 2,259 euro per il gasolio. In autostrada i valori salivano rispettivamente a 2,045 e 2,294 euro.
Perché riguarda anche il turismo
Le prime ricadute non si vedono necessariamente nelle prenotazioni, ma nella macchina che permette a una destinazione di funzionare. Se i camion rallentano o si fermano, diventano più difficili le consegne ai supermercati, ai ristoranti, agli hotel e ai villaggi turistici. Aumentano inoltre i costi dei trasferimenti in autobus, dei servizi di escursione e della distribuzione dei prodotti locali. La crisi ha interessato anche gli aeroporti, a Bari alcuni passeggeri sono partiti senza il proprio bagaglio, trasferito su voli successivi, mentre i vettori cercavano di gestire con maggiore attenzione il carburante disponibile negli scali pugliesi.
Per una regione turistica, questo significa mettere sotto pressione proprio quei servizi che il visitatore considera normali: arrivare, spostarsi, mangiare, ricevere le proprie valigie e trovare aperte le attività. Il turismo non è ancora fermo, ma il caro carburanti mostra quanto sia vulnerabile una destinazione quando la logistica si interrompe. Il problema non riguarda soltanto il costo del viaggio per il turista: riguarda l’intera filiera che porta persone, merci e servizi nei territori.
La protesta degli autotrasportatori diventa così anche un segnale per il turismo. Senza una soluzione sul gasolio e senza una rete di approvvigionamento stabile, il rischio è che l’aumento dei costi finisca per ricadere sulle imprese, sui residenti e, alla fine, sui visitatori.

