Dalla nuova legge nazionale ai dati sui viandanti, gli itinerari a piedi non sono più una nicchia per appassionati. Diventano strumenti di sviluppo per borghi, aree interne e destinazioni meno battute.
Per anni i cammini sono stati raccontati soprattutto come un’esperienza personale: zaino in spalla, scarponi consumati, silenzio, fatica e incontri lungo il percorso. Un modo di viaggiare scelto da chi cercava natura, spiritualità o semplicemente un ritmo diverso rispetto alla quotidianità.
Oggi, però, questa lettura risulta limitata perchè i cammini italiani stanno vivendo una nuova fase. Non sono soltanto itinerari da percorrere, ma reti territoriali capaci di mettere in relazione borghi, economie locali, patrimoni culturali, paesaggi e servizi. In altre parole, stanno assumendo il ruolo di una vera infrastruttura turistica: diffusa, sostenibile e sempre più strategica per il futuro dell’offerta italiana.
Una legge per trasformare i cammini in una strategia nazionale
Il cambio di prospettiva trova conferma anche sul piano istituzionale, in particolare, con l’approvazione della Legge sui Cammini d’Italia, il tema entra ufficialmente nelle politiche nazionali dedicate al turismo. Il provvedimento, promosso dal Ministero del Turismo, prevede uno stanziamento di 5 milioni di euro per il triennio 2026-2028, cui si aggiunge un milione di euro all’anno dal 2029, oltre alle risorse già destinate al settore.
La normativa introduce inoltre nuovi strumenti di governance, tra cui una cabina di regia nazionale, una banca dati dedicata, un tavolo permanente di coordinamento e un programma di sviluppo degli itinerari. Si tratta di elementi che possono sembrare tecnici, ma che in realtà raccontano un cambiamento sostanziale: il cammino non viene più considerato soltanto un percorso da segnalare sulle carte, ma più in grande un sistema turistico da organizzare, promuovere e rendere sempre più efficiente.
Un cammino non basta che sia bello
Per trasformare un itinerario in un vero prodotto turistico non è sufficiente il valore paesaggistico. Occorrono servizi, manutenzione, segnaletica, sicurezza, punti di ristoro, strutture ricettive, collegamenti e informazioni aggiornate. Sono dettagli importanti affinchè un cammino possa diventare accessibile a un pubblico sempre più ampio e non rimanere riservato agli escursionisti più esperti.
È proprio in questa dimensione che il turismo lento smette di essere soltanto un’idea romantica e diventa una concreta politica di sviluppo territoriale.
I numeri confermano la crescita
Secondo il dossier realizzato da Terre di Mezzo, la domanda continua ad aumentare, nel corso del 2025 almeno 300.046 persone hanno percorso uno dei principali cammini italiani, con una crescita superiore al 56% rispetto all’anno precedente. La permanenza media è stata di 7,4 giorni, generando quasi 2,5 milioni di pernottamenti e un impatto economico stimato in oltre 336 milioni di euro.
Numeri ancora lontani da quelli del turismo balneare o delle grandi città d’arte, ma che assumono un significato particolare perché distribuiti lungo territori spesso esclusi dai principali flussi turistici. Borghi, vallate, aree interne e piccoli centri possono infatti beneficiare anche di un numero limitato di visitatori quando questi soggiornano, utilizzano i servizi locali, consumano nei ristoranti, acquistano nelle botteghe e contribuiscono all’economia di prossimità.
Un turismo che distribuisce valore
La forza dei cammini risiede proprio nella loro capacità di diffondere i flussi. A differenza del turismo tradizionale, non concentrano i visitatori in un’unica destinazione, ma li accompagnano lungo un percorso fatto di tappe, relazioni e comunità. In questo contesto, ogni pernottamento, ogni sosta e ogni acquisto contribuiscono a sostenere territori che spesso restano fuori dalle rotte del turismo di massa.
Non si visita soltanto un luogo: si attraversa un sistema di paesi, paesaggi e attività economiche che trovano proprio nella continuità del percorso il proprio valore.
Il progetto ENIT e gli “Antichi Cammini d’Italia”
La strategia nazionale si intreccia anche con il progetto “Antichi Cammini d’Italia”, sviluppato nell’ambito del PNRR Caput Mundi e affidato a ENIT dal Ministero del Turismo.
L’iniziativa interessa cinque grandi itinerari di rilevanza nazionale e internazionale:
- Via Francigena;
- Romea Strata;
- Via Romea Germanica;
- Via di Francesco;
- Cammino di San Benedetto.
L’obiettivo è ampliare il pubblico dei cammini, rivolgendosi non soltanto ai pellegrini, ma anche a famiglie, appassionati di natura, viaggiatori interessati al benessere, allo slow travel e al patrimonio culturale italiano.
Un’opportunità per destagionalizzare il turismo
Chi sceglie questo tipo di esperienza non concentra necessariamente il proprio viaggio nei mesi di luglio e agosto e contribuisce a distribuire i flussi lungo tutto l’arco dell’anno. Tutto ciò delinea un’opportunità importante per i territori meno conosciuti, che possono intercettare nuovi visitatori anche nei periodi tradizionalmente considerati di bassa stagione.
Ma perché questo modello possa consolidarsi occorre un cambiamento culturale, i cammini non possono più essere considerati un prodotto destinato esclusivamente a una nicchia di appassionati. Al contrario dovrebbero entrare stabilmente nella pianificazione turistica nazionale come uno degli strumenti attraverso cui distribuire meglio i flussi, alleggerire la pressione sulle destinazioni più congestionate e valorizzare territori che oggi restano ai margini delle principali rotte turistiche.
Il futuro passa dai territori
L’Italia dei cammini propone un ritmo diverso di viaggio. Un ritmo fatto di tempo, relazioni, manutenzione e attenzione ai luoghi attraversati. Il suo futuro, però, non dipenderà soltanto dal numero crescente di persone che sceglieranno di mettersi in cammino, ma soprattutto dalla capacità dei territori di costruire servizi, reti locali e modelli di accoglienza capaci di accompagnare questa crescita senza perdere autenticità.
L‘Italia saprà trasformare questa crescita in una politica stabile di sviluppo per i territori?

