Al Friedrich August, nelle Dolomiti, si fa la fila per uno dei krapfen più virali dei social. Un fenomeno curioso che racconta qualcosa di molto più grande: Instagram e TikTok possono trasformare un luogo in una meta obbligata e concentrare moltissime persone nello stesso punto.
Una coda lunghissima per un bombolone a quasi 2.300 metri? A quanto pare sì. Soprattutto se quel bombolone è diventato uno dei più fotografati delle Dolomiti, dietro c’è il Sassolungo e quella stessa immagine continua a comparire su Instagram e TikTok. Il problema non è il selfie, ma chiedersi quanto la viralità stia condizionando il modo di scegliere un viaggio.
Al Rifugio Friedrich August, nella zona del Col Rodella, le file di questi giorni di Ferragosto hanno riportato sotto i riflettori una storia che sui social cresce da anni, in realtà il krapfen è soltanto il pretesto, perché quella coda racconta molto bene quanto la viralità possa oggi incidere sulla scelta di una destinazione.
Come un bombolone diventa una meta
Il Friedrich August si trova a circa 2.300 metri ed è facilmente raggiungibile: dal Passo Sella occorre circa mezz’ora a piedi, mentre utilizzando gli impianti da Campitello di Fassa si arriva a Col Rodella e da lì bastano pochi minuti. Il rifugio ha una sua storia, una cucina legata al territorio e un allevamento biologico di bovini Highland e i krapfen sono una delle specialità della struttura e la stessa Azienda per il Turismo della Val di Fassa li segnala tra le sue caratteristiche.
La viralità è arrivata successivamente, sulla pagina Instagram del rifugio i krapfen compaiono già nell’estate del 2020 e negli anni successivi si moltiplicano fotografie e video di quei bomboloni disposti uno accanto all’altro sul lungo bancone di legno, con uno degli scenari più spettacolari delle Dolomiti alle spalle. Nel 2024 anche il Gambero Rosso raccontava il fenomeno dei “metri” di krapfen del Friedrich August. Oggi sono moltissimi i contenuti pubblicati dai visitatori, anche stranieri, che mostrano l’arrivo al rifugio, la fila, la scelta del ripieno, l’assaggio e naturalmente la fotografia.
È così che un prodotto può smettere di essere soltanto qualcosa da mangiare e diventare una ragione per raggiungere un luogo.
Il viaggio che nasce dentro uno smartphone
Il meccanismo della viralità turistica è estremamente potente, qualcuno pubblica un luogo, il contenuto ottiene visualizzazioni, qualcun altro lo salva tra le mete da raggiungere, arriva sul posto, realizza a sua volta una fotografia o un video e lo pubblica. E’ così che quel nuovo contenuto raggiunge altre persone e il processo ricomincia. Un passaparola moltiplicato e reso velocissimo dall’algoritmo in quel posto preciso, non sulle Dolomiti, non sulla Val di Fassa, proprio su quel rifugio, quel bancone e quei bomboloni.
Quando la folla non scoraggia, ma conferma
C’è poi un aspetto apparentemente contraddittorio, di solito una lunga coda dovrebbe diminuire l’attrattiva di un luogo. In alcuni casi, come questo invece sembra accadere il contrario, come se la a presenza di tante altre persone possa diventare una sorta di conferma e di sicurezza: se tutti vogliono arrivare lì, allora deve esserci qualcosa che merita di essere vissuto.
La folla finisce così per alimentare la notorietà che l’ha generata, sui social anche la coda diventa contenuto perchè viene fotografata, filmata, commentata e condivisa. Invece di interrompere il circuito della viralità, può finire per rafforzarlo ed è qui che il fenomeno dei krapfen smette definitivamente di essere una curiosità gastronomica.
L’overtourism può nascere da un reel
Per anni l’overtourism è stato associato alle grandi città d’arte: Venezia, Firenze, Roma, oppure a destinazioni internazionali come Barcellona, mentre la montagna sta dimostrando che non servono milioni di visitatori per produrre sovraffollamento, ma ciò che conta viene ad essere il rapporto tra il numero di persone e la capacità del luogo di accoglierle. Per una città possono essere decine di migliaia di visitatori, mentre per un sentiero, un lago o un rifugio ne bastano molti meno, soprattutto quando arrivano contemporaneamente.
Nelle Dolomiti il fenomeno è ormai evidente in alcuni luoghi diventati vere icone social. Uno dei casi più conosciuti è il Seceda. Reuters ha documentato quest’anno come Instagram e TikTok abbiano contribuito ad accrescere enormemente la notorietà di alcuni punti panoramici dolomitici, portando amministratori, operatori e residenti a confrontarsi con flussi che possono superare la capacità dei luoghi di assorbirli.
Anche alle Tre Cime di Lavaredo, questa estate, si sono nuovamente registrate forti concentrazioni di visitatori, nonostante le misure introdotte per regolare gli accessi. Non si tratta di fenomeni identici alla fila del Friedrich August e sarebbe sbagliato sovrapporli, però raccontano la stessa trasformazione: anche la montagna possiede ormai i propri luoghi “must see” globali.
Il problema non è il bombolone. E nemmeno il selfie
Vale la pena chiarirlo, non c’è nulla di sbagliato nel desiderare quel krapfen, fotografarlo davanti al Sassolungo e pubblicarlo. Dal punto di vista imprenditoriale, quello costruito intorno al Friedrich August è un successo notevole: un prodotto riconoscibile è diventato parte dell’identità del rifugio e gli ha regalato una visibilità che qualsiasi attività turistica vorrebbe ottenere.
La riflessione riguarda ciò che succede quando lo stesso meccanismo viene moltiplicato su scala enorme. Quando un luogo non viene più scelto soltanto per quello che offre, ma perché è diventato quello che tutti mostrano. Quando una destinazione rischia di trasformarsi in una scenografia da riprodurre con la stessa prospettiva, lo stesso piatto, lo stesso punto panoramico, la stessa fotografia. E soprattutto quando l’enorme potere dei social finisce per concentrare le persone anziché distribuirle.
Tutti lì, mentre poco più in là non c’è nessuno
A pochi chilometri da alcuni dei luoghi più congestionati d’Italia esistono sentieri, rifugi, borghi e vallate che ricevono una frazione di quei visitatori. L’Italia, infatti, non ha semplicemente un problema di “troppi turisti”, ha anche un problema di turisti concentrati negli stessi luoghi, negli stessi periodi e spesso nelle stesse ore.
Ed è qui che la viralità pone una sfida enorme a chi governa e promuove le destinazioni, perché se Instagram e TikTok sono capaci di creare un desiderio così potente intorno a un singolo luogo, quello stesso potere potrebbe essere utilizzato per raccontare ciò che rimane fuori dall’inquadratura.
Non si tratta di combattere i social, ma di capire come utilizzarli senza lasciare che siano soltanto pochi contenuti virali a disegnare la mappa del turismo.
Quel posto lo avrebbero scelto comunque?
Chiunque è libero di trascorrere il proprio tempo come preferisce e se aspettare mezz’ora per mangiare un krapfen davanti al Sassolungo rende felice qualcuno, non c’è alcun motivo per contestarlo.
Ma vale la pena porsi una domanda: quel rifugio sarebbe diventato la meta di quella giornata se quel bombolone non fosse comparso decine di volte sullo smartphone? Di certo non esiste una risposta uguale per tutti però è evidente un fenomeno che il turismo non può più ignorare: gli algoritmi non si limitano a raccontare le destinazioni, ma contribuiscono a decidere quali diventano desiderabili e mentre alcune vengono improvvisamente travolte dalla propria popolarità, altre restano fuori dal radar.
Forse la vera sfida del turismo italiano non è più solo convincere le persone a partire, ma riuscire a fare in modo che non vogliano raggiungere tutte lo stesso posto.
Fonte foto: Fassa.com

