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Alberghi dismessi, l’Emilia Romagna prepara nuove regole e un bando da 27 milioni

La Regione aumenta le risorse destinate alla riqualificazione delle strutture ricettive e apre il confronto sulle norme urbanistiche. Il problema più urgente riguarda la costa, dove gli hotel chiusi rischiano di trasformarsi in grandi vuoti urbani. L’obiettivo è recuperarli senza convertirli indiscriminatamente in appartamenti.

Un albergo che chiude non rappresenta soltanto un’impresa uscita dal mercato, ma soprattutto nelle località balneari, può diventare un edificio inutilizzato nel cuore della città, interrompere la continuità commerciale di una strada e contribuire al progressivo impoverimento dell’offerta turistica.

È da questo problema che parte il nuovo piano annunciato dalla Regione Emilia-Romagna che dovrebbe prevedere un bando di 27 milioni di euro per la riqualificazione delle strutture ricettive, sette in più rispetto ai 20 milioni inizialmente previsti. Le risorse saranno destinate a contributi a fondo perduto per le imprese del settore e dovrebbero sostenere interventi capaci di rendere le strutture più moderne, accessibili, sostenibili e competitive.

Il bando non è ancora giunto allo status di pubblicazione per cui stato modalità di partecipazione, percentuali di contributo, spese ammissibili e scadenze saranno definite nelle prossime settimane.

Il problema degli hotel che non riaprono

Il passaggio più significativo del piano non riguarda soltanto il denaro, la Regione intende intervenire anche sulle regole urbanistiche e sul sistema di classificazione delle strutture ricettive, cercando di rimuovere alcuni degli ostacoli che oggi rendono più difficile rinnovare, ampliare o trasformare un albergo.

Il presidente Michele de Pascale ha richiamato in particolare la situazione della costa romagnola. Secondo la valutazione presentata dalla Regione, il volume complessivo degli immobili alberghieri abbandonati sarebbe ormai paragonabile a quello delle ex colonie. Il rischio è che il fenomeno aumenti nei prossimi anni, con altre strutture incapaci di affrontare investimenti, passaggi generazionali e cambiamenti della domanda.

Non tutti gli alberghi costruiti durante la crescita del turismo balneare del novecento rispondono infatti alle esigenze attuali. Camere piccole, spazi comuni ridotti, scarsa efficienza energetica e assenza di servizi aggiuntivi possono rendere costosa una riqualificazione e poco sostenibile la prosecuzione dell’attività. Quando la struttura chiude, però, recuperare l’immobile diventa complicato, gli edifici sono spesso inseriti in zone densamente costruite, mentre i vincoli sulla destinazione alberghiera limitano le alternative disponibili.

Recuperare gli immobili senza riempire la costa di seconde case

La Regione vuole quindi rendere possibili progetti più flessibili, nei quali possano trovare spazio anche funzioni differenti da quelle originarie. Allo stesso tempo esclude una liberalizzazione generalizzata che consenta di trasformare gli hotel in condomini o seconde case ed è proprio questo il confine più delicato dell’intervento.

Lasciare ogni immobile vincolato per sempre alla funzione alberghiera può condannare alcune strutture all’abbandono, soprattutto quando non esistono più le condizioni economiche per riaprirle. Consentire liberamente la conversione residenziale, invece, rischierebbe di ridurre rapidamente la capacità ricettiva e di modificare l’identità delle località costiere.

L’intento sarebbe quello di trovare soluzioni intermedie, alcuni edifici infatti potrebbero essere accorpati ad alberghi vicini, demoliti per creare parcheggi, aree verdi o impianti sportivi, oppure inseriti in interventi che mantengano una componente turistica accanto ad altre funzioni.

Non esiste però una risposta valida per tutti i comuni. Rimini, Riccione, Cesenatico, Cervia e le altre destinazioni della Riviera presentano mercati immobiliari, dimensioni alberghiere ed esigenze urbane differenti. Le nuove norme dovranno quindi lasciare margini di intervento agli enti locali senza produrre una frammentazione eccessiva delle regole.

Riqualificare significa cambiare l’offerta turistica

La questione non riguarda soltanto il decoro urbano, la qualità degli alberghi influenza direttamente la capacità di una destinazione di attirare nuovi mercati, aumentare la durata della stagione e sostenere prezzi adeguati agli investimenti e al lavoro. Una struttura rinnovata può ridurre i consumi energetici, migliorare l’accessibilità, ampliare gli spazi comuni e introdurre servizi legati al benessere, allo sport o al lavoro da remoto. Può inoltre rivolgersi a una clientela internazionale o operare per periodi più lunghi rispetto alla tradizionale stagione balneare.

Al contrario, un’offerta composta da strutture troppo piccole, poco efficienti e concentrate esclusivamente sui mesi estivi rischia di rimanere intrappolata nella competizione basata sul prezzo.

De Pascale ha collegato il rinnovamento dell’ospitalità alla necessità di puntare sulla qualità, sull’apertura ai mercati internazionali e su condizioni di lavoro adeguate. Il problema degli alberghi dismessi, dunque, non viene letto soltanto come un’eredità urbanistica, ma come uno dei segnali della trasformazione attraversata dal turismo regionale.

Le risorse non saranno sufficienti senza nuove regole

I 27 milioni potranno aiutare una parte delle imprese a realizzare gli interventi, ma difficilmente saranno sufficienti a risolvere da soli una questione costruita in decenni. La stessa assessora regionale al Turismo Roberta Frisoni ha spiegato che il sostegno economico dovrà essere accompagnato da condizioni capaci di stimolare realmente gli investimenti. Il percorso coinvolgerà Comuni, associazioni di categoria e operatori e dovrebbe condurre a un primo confronto pubblico entro la fine del 2026.

Sul tavolo ci saranno la disciplina urbanistica, la classificazione alberghiera e gli strumenti attraverso i quali recuperare il patrimonio non più utilizzato senza impoverire la capacità ricettiva dei territori. Il piano si inserisce inoltre in un quadro più ampio di investimenti regionali: 10 milioni di euro per la riqualificazione dei waterfront dei comuni costieri, 21 milioni per gli hub urbani e di prossimità e altri 10 milioni per commercio e pubblici esercizi.

La scelta che cambierà il volto della Riviera

Il futuro degli alberghi dismessi riguarda direttamente anche i residenti, un grande edificio chiuso può generare degrado e ridurre la qualità di un quartiere; una trasformazione esclusivamente residenziale può invece produrre nuove seconde case, utilizzate soltanto in alcuni periodi dell’anno e poco integrate nell’economia locale.

La sfida consiste nel distinguere gli alberghi che possono tornare competitivi da quelli che non hanno più un futuro nella forma attuale. I primi hanno bisogno di finanziamenti e procedure più semplici. Per i secondi servono progetti capaci di restituire una funzione agli spazi senza cancellare la vocazione turistica delle località.

Il bando da 27 milioni rappresenta dunque soltanto il primo tassello, saranno le regole annunciate dalla Regione a stabilire se gli immobili inutilizzati potranno essere recuperati e con quali limiti. La domanda decisiva non è soltanto quanti alberghi verranno ristrutturati, ms quale Riviera si vuole costruire nei prossimi vent’anni, tra nuove forme di ospitalità, servizi per i residenti e tutela di un patrimonio ricettivo che ha accompagnato la storia del turismo italiano.