Il turismo continua a cercare personale mentre cresce il bisogno di competenze. Dietro la stagione italiana ci sono centinaia di migliaia di lavoratori e una sfida sempre più importante: trasformare l’occupazione estiva in una vera opportunità professionale.
Per molto tempo il lavoro stagionale nel turismo è stato associato quasi automaticamente al classico “lavoretto estivo”: qualche mese in albergo, al ristorante o in uno stabilimento balneare, spesso durante gli studi, prima di tornare a scuola o cercare un’altra occupazione.
Quell’immagine, però, racconta sempre meno la realtà del turismo italiano. Dietro ogni stagione estiva si muove ormai una macchina del lavoro che coinvolge centinaia di migliaia di persone e richiede professionalità molto diverse: receptionist, camerieri, cuochi, addetti ai piani, bagnini, manutentori, personale di sala, figure amministrative e lavoratori impiegati nei numerosi servizi che accompagnano la vacanza.
E mentre una parte del mercato del lavoro rallenta, il turismo continua a cercare personale.
A luglio il turismo va in controtendenza
A fotografare il momento sono i dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro. A luglio 2026 le imprese italiane prevedono complessivamente oltre 568 mila ingressi lavorativi e circa 1,5 milioni nel trimestre luglio-settembre. Rispetto a luglio dello scorso anno, la domanda complessiva di lavoro registra una lieve diminuzione dell’1,1%.
Alloggio, ristorazione e servizi turistici vanno invece nella direzione opposta: le entrate programmate aumentano dell’1,6%. È un dato che aiuta a comprendere quanto il lavoro turistico non rappresenti più una componente marginale dell’occupazione estiva, ma una necessità strutturale per un settore che nei mesi di maggiore affluenza deve aumentare rapidamente la propria capacità operativa.
Non serve soltanto il lavoratore che possa coprire un turno
Una struttura ricettiva non cerca semplicemente qualcuno che possa coprire un turno. L’esperienza del cliente dipende sempre di più dalle competenze delle persone con cui entra in contatto: conoscenza delle lingue, utilizzo dei sistemi digitali di prenotazione, capacità di relazione con ospiti internazionali, gestione delle richieste del cliente e competenze tecniche specifiche stanno diventando elementi importanti in molte professioni.
Accanto alle mansioni che possono essere apprese rapidamente, esistono poi ruoli nei quali esperienza e formazione fanno una differenza sostanziale ed è in questo senso che la vecchia idea del lavoro stagionale come parentesi di pochi mesi comincia a mostrare i suoi limiti.
Il personale non sempre si trova
La forte domanda di lavoratori si scontra infatti con un problema che le imprese turistiche conoscono bene: trovare le persone necessarie non è sempre semplice.
Le ragioni sono diverse e cambiano da territorio a territorio; pesano la durata dei contratti, la concentrazione del lavoro in pochi mesi, la disponibilità di alloggi nelle località turistiche e la possibilità per i lavoratori di trovare occupazioni più continuative in altri settori.
Anche per questo nel 2026 una parte del fabbisogno viene soddisfatta attraverso il Decreto Flussi. Il Ministero del Lavoro ha inizialmente attribuito 15.075 quote territoriali per lavoro subordinato stagionale nel turismo. Successivamente sono state assegnate altre 3.476 quote richieste dalle organizzazioni datoriali. Il ricorso alla manodopera proveniente dall’estero diventa così un altro indicatore della necessità di personale che caratterizza la stagione.
Il vero problema arriva a settembre
C’è però una questione che va oltre il numero di assunzioni, ogni estate alberghi, ristoranti e imprese turistiche formano lavoratori che acquisiscono esperienza direttamente sul campo, ma alla fine della stagione, una parte di quel patrimonio professionale rischia di disperdersi.
Quando i flussi diminuiscono, molti rapporti di lavoro terminano e l’anno successivo le imprese devono ricominciare la ricerca e, in alcuni casi, formare nuove persone. Per il lavoratore significa invece decidere se aspettare la stagione successiva, oppure cercare un’attività capace di garantire maggiore continuità. Il problema del lavoro stagionale diventa quindi anche quello della capacità del turismo di trattenere le proprie competenze.

