La tensione nello Stretto di Hormuz ha fatto salire i costi dell’energia e degli spostamenti, arrivando fino al conto delle vacanze. Eppure il turismo italiano continua a crescere, soprattutto grazie agli stranieri. Cosa lega una crisi a migliaia di chilometri dalle nostre coste a hotel, voli e soggiorni in Italia?
A prima vista sembrano due mondi lontanissimi, da una parte c’è lo Stretto di Hormuz, tra Iran e Oman, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, dall’altra ci sono alberghi, spiagge, città d’arte e località turistiche italiane nel pieno della stagione. Eppure un collegamento esiste e negli ultimi mesi è entrato anche nel linguaggio economico con un’espressione sempre più utilizzata: “effetto Hormuz”.
Mentre la crisi nell’area del Golfo ha contribuito ad aumentare i costi energetici e, di conseguenza, quelli degli spostamenti, il turismo italiano sta mostrando una capacità di tenuta che emerge dai primi dati del 2026.
Prima di tutto: perché Hormuz è così importante
Per capire cosa c’entri Hormuz con le vacanze bisogna guardare una carta geografica. Lo Stretto è un tratto di mare che separa l’Iran dalla penisola arabica e rappresenta l’unica uscita marittima dal Golfo Persico verso l’Oceano Indiano; proprio attraverso questo passaggio transita una parte enorme dell’energia consumata nel mondo.
Secondo i dati richiamati dalla Farnesina, da Hormuz passa circa il 20% del petrolio globale e un quarto delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto. Quando la navigazione viene ostacolata o aumenta il rischio per le navi, quindi, il problema non rimane confinato al Medio Oriente. Durante la crisi i prezzi hanno registrato picchi superiori ai 117 dollari al barile per il petrolio e ai 63 euro per megawattora per il gas, mentre i costi del trasporto marittimo per le petroliere sono aumentati fino all’86%, secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri. Ed è da qui che comincia il viaggio di Hormuz verso le nostre vacanze.
Dallo Stretto al pieno dell’auto
Il meccanismo è meno complicato di quanto possa sembrare, se petrolio ed energia costano di più, aumenta la pressione sul prezzo dei carburanti. Se cresce il costo del carburante, diventano più costosi gli spostamenti in automobile e aumenta la pressione sui costi del trasporto aereo e delle imprese. La catena, semplificando, è questa: crisi a Hormuz → energia più cara → maggiori costi di trasporto → vacanze potenzialmente più costose.
È questo l’“effetto Hormuz” che interessa direttamente il turismo, tanto che Confesercenti ha stimato in estate un possibile aggravio di circa 700 milioni di euro sulle vacanze degli italiani nei mesi di luglio e agosto, legato soprattutto all’aumento dei carburanti.
E il problema per il settore non riguarda soltanto quanto costa raggiungere una località. Se una famiglia deve destinare una quota maggiore del proprio budget al viaggio, può rimanere meno da spendere una volta arrivata e di conseguenza le prime voci su cui risparmiare saranno ristoranti, stabilimenti balneari, escursioni, shopping ed esperienze.
Intanto il turismo italiano continua a crescere
Nonostante questo scenario però il turismo italiano non si è fermato e a darcene conferma sono le elaborazioni sui dati della banca Alloggiati Web del Ministero dell’Interno che indicano una crescita degli arrivi nel primo semestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ma ancora più significativo è osservare da dove arriva questa crescita: la componente internazionale aumenta più rapidamente di quella domestica ed è un andamento che prosegue quello già osservato nei primi mesi dell’anno. Nel primo trimestre, il Ministero del Turismo registrava un incremento del 5,5% degli arrivi e del 6,8% delle presenze rispetto al 2025.
In altre parole, mentre viaggiare diventa potenzialmente più costoso, la domanda per l’Italia continua a mostrare forza.
Hormuz sta portando più stranieri in Italia?
È la domanda più interessante ed è anche quella alla quale, almeno per ora, non si può rispondere affermativamente.
La crisi ha avuto conseguenze molto concrete sui viaggi nell’area mediorientale e nei momenti più difficili la Farnesina ha aggiornato gli avvisi per diversi Paesi del Golfo, invitando a riconsiderare o posticipare alcuni viaggi non essenziali e segnalando problemi anche per gli scali aerei. A marzo, nel pieno della crisi, il Ministero degli Esteri stimava inoltre che circa 25 mila italiani fossero già riusciti a rientrare dall’area, mentre diminuiva il numero di turisti presenti nella regione.
È quindi ragionevole ipotizzare che l’instabilità internazionale possa modificare anche la geografia delle vacanze, favorendo destinazioni percepite come più facilmente raggiungibili e stabili, ma questo non significa poter attribuire automaticamente all’“effetto Hormuz” la crescita del turismo italiano.
Correlazione non significa causa
Sappiamo che contemporaneamente l’Italia sta attirando più visitatori internazionali e alcune destinazioni mediorientali sono state interessate dalle conseguenze della crisi. Non sappiamo però quanti viaggiatori abbiano rinunciato, per esempio, a una destinazione del Golfo scegliendo al suo posto l’Italia.
Non esiste al momento un dato nazionale che consenta di quantificare questo trasferimento della domanda e soprattutto l’Italia aveva già iniziato il 2026 in crescita: nei primi tre mesi, quindi ben prima dell’attuale fase estiva, arrivi e presenze registravano incrementi consistenti.
Presentare Hormuz come la causa del buon andamento italiano sarebbe dunque una forzatura, più interessante invece è osservare come uno shock internazionale possa produrre contemporaneamente effetti opposti sul turismo.
Lo stesso effetto può favorire e penalizzare l’Italia
Da una parte, l’instabilità può rendere alcune destinazioni meno appetibili e spostare una parte della domanda verso altre aree, dall’altra, il rincaro dell’energia rende più costoso viaggiare ovunque, Italia compresa.
Ed è probabilmente questo il vero paradosso dell’effetto Hormuz, per una destinazione come l’Italia non si tratta semplicemente di guadagnare turisti perché altrove esistono difficoltà, ma occorre fare i conti con famiglie più attente al budget, trasporti più costosi e imprese turistiche che a loro volta sostengono maggiori costi.
Il rischio è che il turista continui a partire, ma cambi il modo in cui spende, potrebbe scegliere una destinazione più vicina, ridurre la durata del soggiorno, utilizzare maggiormente l’auto rispetto all’aereo o, al contrario, tagliare le spese accessorie una volta arrivato. Sono comportamenti che i soli numeri di arrivi e presenze non riescono sempre a raccontare con precisione.
Per l’Italia la buona notizia è che, almeno finora, la domanda continua a crescere. La sfida sarà trasformare questa capacità di attrazione in qualcosa di più strutturale: allungare la stagione, distribuire maggiormente i visitatori tra territori diversi e aumentare il valore generato da ogni soggiorno.
Perché Hormuz può cambiare il prezzo di un viaggio e persino contribuire a ridisegnare le rotte delle vacanze, ma la competitività del turismo italiano deve giocarsi su un terreno diverso, ossia essere scelto non perché altrove è diventato più difficile andare, ma perché vale la pena venire qui.

