Il progetto di tre enologi recupera terreni agricoli abbandonati, produce vino e olio e prova a trasformare il paesaggio in un’esperienza di turismo del gusto, tra città e campagna.
Ci sono viaggi che cominciano da una cantina, altri, invece, iniziano molto prima: lungo una strada di campagna, davanti a una vigna che qualcuno ha deciso di non lasciare scomparire.
È questa la storia di Grappoli Urbani, progetto nato nel 2024 dall’iniziativa degli enologi Michele Bevacqua e Daniele Macchia. I due si erano conosciuti all’università a Firenze e, dopo esperienze professionali diverse, hanno scelto di lavorare insieme per recuperare vigneti abbandonati tra Scandicci e il Mugello. Nel progetto è entrato anche Andrea Carisio, enologo e amico conosciuto negli anni universitari.
Recuperare, non ricominciare da zero
L’idea non è costruire una nuova azienda agricola partendo da terreni vergini, ma rimettere in produzione appezzamenti che esistono già e che rischiano di essere perduti.
Molte vigne appartengono a proprietari anziani o a famiglie che non hanno più la possibilità di occuparsene. Grappoli Urbani utilizza soprattutto contratti di affitto agricolo di medio-lungo periodo, anche dieci o quindici anni, così da poter programmare potature, manutenzione e vendemmie.
È una scelta che riduce l’investimento iniziale, ma espone anche a una difficoltà concreta: dopo aver recuperato un terreno, il proprietario può decidere di riprenderlo. Per questo il rapporto con chi mette a disposizione i campi diventa parte essenziale del progetto.
Nel 2026 Grappoli Urbani è arrivata alla terza vendemmia. La produzione comprende un rosato ottenuto da una vigna nel territorio di Scandicci, un bianco e due rossi provenienti dal Mugello. Accanto al vino c’è anche l’olio extravergine prodotto dagli oliveti recuperati.
Il vino come porta d’ingresso
Il progetto ha una caratteristica interessante per chi si occupa di turismo: non resta confinato alla vigna e alla bottiglia. A Scandicci è stato aperto un bistrot nel quale vengono proposti i vini e l’olio di Grappoli Urbani insieme a prodotti di altre aziende agricole, dai salumi alle specialità del Mugello. Nel 2026 è arrivato anche un punto vendita ricavato dalla ristrutturazione di un vecchio magazzino.
Per un visitatore, questo significa poter incontrare il territorio attraverso più passaggi: assaggiare un vino, conoscere la storia del terreno da cui proviene, scoprire altri produttori e comporre un itinerario tra Scandicci, Firenze e le colline del Mugello.
Non si tratta ancora necessariamente di una proposta turistica strutturata come una grande cantina con visite e percorsi organizzati. Ed è proprio questo il punto: il progetto mostra come anche un’attività agricola di piccole dimensioni possa diventare un luogo capace di raccontare un paesaggio e creare occasioni di incontro.
Una domanda turistica già presente
Il rapporto tra vino e viaggio non è più un fenomeno riservato agli appassionati. La pagina dedicata all’enoturismo da ENIT riporta che il 64,5% dei turisti italiani ha scelto almeno un’esperienza legata al vino negli ultimi tre anni.
Il turista del gusto non cerca soltanto una bottiglia da acquistare, ma vuole capire chi la produce, vedere il paesaggio, conoscere le persone e assaggiare ciò che appartiene davvero a quel luogo. In questo senso, Grappoli Urbani può inserirsi in una forma di turismo diversa da quella delle grandi destinazioni enologiche già affermate. La sua forza non sta soltanto nel vino prodotto, ma nel collegamento tra un’area urbana come Scandicci e un territorio rurale come il Mugello.
Il viaggio può partire da Firenze e proseguire verso le vigne, i piccoli produttori, i ristoranti, gli agriturismi e i percorsi naturalistici. Il calice diventa così il punto di partenza per conoscere un’economia locale più ampia.
Il valore di una vigna recuperata
Non ci sono ancora dati pubblici sufficienti per misurare quanti visitatori abbia attirato il progetto o quale ricaduta economica abbia prodotto sul territorio. Per ora, quindi, il turismo rappresenta soprattutto una possibilità da costruire.
La direzione, però, è evidente, una vigna recuperata non restituisce soltanto uva e vino: mantiene aperto un paesaggio, crea lavoro agricolo, sostiene la ristorazione e può diventare una tappa per chi cerca esperienze autentiche lontano dai percorsi più affollati. La vera sfida sarà trasformare questa storia agricola in un’esperienza accessibile e continuativa: visite, degustazioni, giornate di vendemmia, percorsi in bicicletta o collaborazioni con le strutture ricettive della zona.
Il turismo del gusto, in fondo, non nasce quando il visitatore si siede davanti a un calice. Comincia quando qualcuno decide che quel vigneto abbandonato merita ancora un futuro.

