Dal 4 al 6 settembre il Festival di Langhirano apre le porte dei luoghi di produzione. Un’occasione per capire come la visita a un’azienda possa trasformare un prodotto celebre nel punto di partenza per conoscere paesaggi, persone e tradizioni.
Il Prosciutto di Parma non si assaggia soltanto, si può osservare mentre prende forma, ascoltando dai produttori perché il tempo, l’aria e il territorio siano parti essenziali della sua identità. È questo il principio alla base di “Finestre Aperte”, l’iniziativa che accompagna la ventinovesima edizione del Festival del Prosciutto di Parma, in programma a Langhirano dal 4 al 6 settembre 2026.
Il festival diventa così il punto di partenza per raccontare un fenomeno più ampio, ossia il crescente interesse dei viaggiatori per i luoghi nei quali nascono le produzioni italiane certificate. A quanto pare non ci si accontenta di ordinare un piatto tipico o acquistare una specialità, una parte del pubblico vuole incontrare chi la produce, comprenderne il processo e scoprire quale legame unisca quel sapore al territorio.
Dentro i luoghi della produzione
Durante “Finestre Aperte” saranno gli stessi produttori ad accompagnare i visitatori nei prosciuttifici, mostrando le diverse fasi della lavorazione e della stagionatura. Il programma comprende anche degustazioni, incontri e attività dedicate alla cultura gastronomica, iniziative che proseguiranno nel territorio anche nel fine settimana successivo.
Visitare uno stabilimento significa vedere ciò che normalmente rimane nascosto dietro il prodotto finito: le sale di stagionatura, il controllo delle cosce, il lavoro manuale e il ruolo delle condizioni ambientali. Secondo il Consorzio, il Prosciutto di Parma può essere realizzato esclusivamente nella zona tipica della provincia, dove il microclima e le competenze tramandate nel tempo concorrono alla produzione della Dop. Il programma e le modalità di prenotazione sono disponibili sul sito del Festival del Prosciutto di Parma.
L’esperienza consente quindi di attribuire un volto e un luogo al marchio impresso sulla confezione e la denominazione viene ad essere non più soltanto una certificazione, ma diventa una chiave per leggere il territorio.
Dalla visita al viaggio
Il valore turistico di un prosciuttificio non si esaurisce al termine del tour, chi arriva a Langhirano può fermarsi nei ristoranti, pernottare, visitare castelli, percorrere le colline parmensi e acquistare altre specialità locali. Si può dire che la visita all’azienda diventa il motivo iniziale di un viaggio capace di coinvolgere attività diverse.
Questo è un modello applicabile a numerose aziende di produzione italiane: caseifici, frantoi, cantine, acetaie, pastifici e laboratori artigianali possono trasformarsi in luoghi di esperienza, purché la visita non sia ridotta a una semplice degustazione commerciale, perchè ciò che interessa al viaggiatore è entrare nel racconto del prodotto, comprenderne i gesti e incontrare le persone che lo rendono possibile.
Tra l’altro il fenomeno si inserisce in un comparto economicamente rilevante chiamata Dop economy. Secondo il Rapporto Ismea-Qualivita 2025, la Dop economy italiana ha raggiunto nel 2024 un valore alla produzione di 20,7 miliardi di euro, crescendo del 25% rispetto al 2020. Il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano evidenzia inoltre una domanda sempre più orientata verso attività autentiche, partecipative e collegate alle comunità locali.
Quando il prodotto racconta il territorio
Per le destinazioni meno note, una Dop famosa nel mondo può diventare una porta d’ingresso in quanto il nome attrae il visitatore e poi il paesaggio, la cultura e l’accoglienza possono convincerlo a restare.
La sfida è costruire intorno ai luoghi produttivi servizi prenotabili, visite in più lingue e itinerari capaci di unire aziende, ristorazione, ricettività e patrimonio culturale. A Langhirano, aprire un prosciuttificio significa mostrare che dietro ogni fetta esistono un ambiente, un sapere e una comunità ed è proprio questo passaggio, dal gusto alla conoscenza, a trasformare una Dop in una destinazione.

